La trattoria della Madonna. Che bella che era la Trattoria della Madonna in un'altra Italia, quella degli anni Settanta con ancora i racconti della guerra e del contrabbando che accompagnavano i pranzi della domenica. A Madonna, frazione di Antrona, Ossola, Piemonte orientale, tavoli sul prato e sotto la veranda per quelli di città meno abituati a mangiare all'aperto, il campo da bocce con giocatori un po' paonazzi, sigaro in bocca e maniche rimboccate. E la casetta in sasso con la vasca delle trote. Chi ordinava una trota al burro vedeva l'oste armato di retino e mazzuolo entrare nella casina, infilare la rete nella vasca, tirare fuori una vivace trota di ruscello e annoccarla con il mazzuolo, pronta per la cottura.
Sopra alla trattoria c'erano le camere dove ai miei nonni si sfondò il letto e caddero a terra, felici comunque dei piatti leccorniosi preparati dalla signora Clelia.
Oggi le camere non ci sono più, la vasca delle trote è asciutta, il gioco delle bocce è scomparso, i tavoli sono pochi, solo sotto la veranda, a parlare di guerra e contrabbando non è rimasto vivo quasi nessuno, l'oste non c'è più, la signora Clelia resiste agli anni con sempre più fatica aiutata dalla figlia Anna. La cucina, per quanto curata, è ridotta, per semplicità, ai minimi termini.
I fasti delle Trattoria della Madonna rivivono un giorno solo, a ferragosto. Quel giorno gran menù per clienti ormai storici e l'Anna a servire ai tavoli con gli orecchini della Valle Antrona (ognuna delle vallate ossolane ha i suoi orecchini di foggia particolare).
C'eravamo anche noi, famiglia Marziani al gran completo, al rito di ferragosto a saltare bresaola, prosciutto e salame ormai quasi industriali e a tuffarci nella miracolosa insalata russa con le verdure dell'orto e la maionese fatta in casa, con le uova delle galline, la stessa dello splendido vitello tonnato, per ogni fetta un cappero. Poi il ghiotto polpettone di tonno con il pane ammollato e l'acciughina alla piemontese ovvero un'acciuga polposa, innaffiata d'olio buono e adagiata su un peperone abbrustolito. A seguire l'insalata di morbidissimi nervetti, con prezzemolo e fagioli borlotti freschi, un vero spettacolo per il palato. Inutili, ma non cattivi, i vol au vent al prosciutto e formaggio. Un mediocre "esotismo" subito dimenticato grazie al pane nero di segale con sopra una fetta di lardo da resurrezione.
Ad aprire i primi il rotolo di pasta con spinaci, vero cavallo di battaglia ultratrentennale della signora Clelia, golosissimo. A seguire il risotto ai funghi, buonissimo per noi, appena passato di cottura per i novaresi a tavola.
Poi l'apoteosi gastronomica: il capretto arrosto della valle Antrona, l'autentico sapore della montagna. Forse è da troppo golosi commuoversi a tavola, ma giuro, ci sono andato vicino. Per i finarlini di città che non amano le carni un po' selvatiche c'era il sempre ottimo roast-beef. Per tutti le patate ossolane al forno e il radicchio dell'orto in insalata. A chiudere il gelato con i mirtilli, quelli neri, quelli piccoli, quelli veri che sanno di mirtillo. Vino senza lode, ma chissenefrega, qui si mangia, un solo giorno all'anno, la cucina di una valle che va scomparendo assieme alla sua storia.
11:23:32 AM
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