Michele Marziani appunti di viaggio Logo
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Michele Marziani (del 26/04/2012 @ 06:36:30, in Scritture, linkato 467 volte)

Sei svenuto Franco, risponde Jelena sorridendo e io quel sorriso non lo sopporto. Davanti a uno che sta male dovrebbero essere vietate quelle espressioni compassionevoli che solo le donne sanno avere. Mi fanno andare in bestia, ma non ho la forza per arrabbiarmi. Sento Marina che risponde dall'altra sedia: sei svenuto durante il pranzo di Natale, papà. Ti ho portato in ospedale col furgone e ho riaccompagnato a casa Ernesto e Lucia... Già, il pranzo di Natale, quella sorta di pranzo di Babele, quel mescolare zenzero e lasagne... Ricordo, piano piano, il chiasso, la gente, lo schifo di tutti quegli odori di cibi orientali. Vorrei svenire di nuovo. Ma non qui. Non voglio stare in ospedale. Marina, aiutami, dico radunando tutta la voce possibile, aiutami a vestirmi, voglio andare a casa.
Ma Franco... Sento Jelena, le chiedo di farsi preparare le carte: voglio andare a casa. Ma papà stai male. Ma Franco stai male. Due donne insieme sono una vera disgrazia. Cambio idea, mando Marina dai medici, ho paura che Jelena parli male l'italiano, non si faccia capire. Marina cerca di opporsi, allora mi siedo sul letto, metto le gambe a ciondoloni, inarco la schiena e le guardo con tutta la forza che posso avere: io qui non voglio stare, portatemi a casa. Ma i medici non hanno capito che cos'hai.
Meglio, così non pretendono di curarmi.
Papà!
Figlia, ti ho forse impedito di andare a vivere con quel morto di fame che costruisce violini?
Marco, si chiama Marco.
Ecco, non ti ho aiutato allora?
Sì, perché era quello che volevo.
Andare a casa è quello che voglio io.
Ma stai male.
Anche tu non stai benissimo con quello spiantato.
Ma cosa c'entra?
Signor Botteghi, stia tranquillo... Sento una voce che non conosco, mi giro verso la porta, è il medico di turno che arriva assieme a Jelena. Mi prepari le carte per uscire...
Sarebbe meglio per lei restare qui, ha perso conoscenza, vorremmo tenerla sotto controllo, farle degli esami...
Lasci stare, sto benissimo.
Non mi pare.
Non mi rompa i coglioni, tanto più che se lei è di turno a Natale vuol dire che in questo ospedale non conta davvero un cazzo.
Papà! Franco! Alzano la voce le due donne, una più severa dell'altra, bell'accoppiata, mi mancava l'alleanza delle valchirie.
Il medico prima rimane interdetto, poi si aggiusta gli occhiali, mi guarda sprezzante: vada pure, a suo rischio e pericolo.
Non corro maggiori pericoli che a stare qui.
Ma papà, il medico è solo preoccupato per te, forse fare qualche analisi ti gioverebbe.
È vero Franco sei così sciupato ultimamente.
Chiunque a vivere come me si sciuperebbe. E poi verrebbero fuori i soliti parametri sbagliati, il colesterolo, le transaminasi e altre cazzate, mi direbbero di non bere, di non mangiare, di non fare questo e quello. Lo so da solo come sto.
Magari potrebbero curarti...
Sì, la pillola per la pressione alta e altre cose che devi andare ogni mese a farti prescrivere dal medico, quindi dovrei avere un medico e fare la fila. O magari dei farmaci che il servizio sanitario non passa così per curarmi dovrei pure trovare dei soldi. E poi? A cosa servirebbe? A campare un anno in più? Un giorno? Un secolo? Non ho bisogno di niente io Marina, soprattutto non ho bisogno di cure.

Tratto da Barafonda, il mio ultimo romanzo.

English abstract: this is a passage of my last novel Barafonda (Barafonda is the name of a quartier in a small town near Adriatic coast). This book is in Italian only. Foreign translation rights are available here.

 
Di Michele Marziani (del 25/04/2012 @ 06:45:17, in Scritture, linkato 509 volte)

Adesso gli aerei passano quasi tutti i giorni, e la ferrovia e la stazione le colpiscono almeno una volta la settimana. L'unico costretto ad andare in stazione è Zio che dirige i treni con l'elmetto e ogni sera ci racconta che di casa nostra c'è sempre un pezzo in meno. Della ferrovia poi non ne parliamo. Un giorno mi dice che hanno sospeso i treni per Ferrara. Non sappiamo se per dopo l'estate riusciremo a farli ripartire. Ormai viaggiano solo fascisti e tedeschi. Ci sono persino i carri con le mitragliatrici contraeree, ma la gente, quella non riusciamo più a portarla in giro. Non è colpa tua, gli dico. Mi sembra così affranto dall'andare a pezzi della ferrovia, della sua ferrovia.
Sì, un po' lo è colpa mia, dice. Dovevamo capire prima.
Capire cosa?
Chi era Mussolini e dove ci avrebbe condotto. Chi era certa gente. Remo ha arrestato dei ragazzi che non volevano partire per la leva. Li hanno impiccati in stazione. Processati all'istante. La sentenza emessa da Remo e da quel caporale tedesco che parla italiano, Kraus. Hanno discusso davanti all'ufficio se fucilarli o impiccarli. Ragazzi, poco più grandi di voi... E piange Zio mentre ci guarda: io, Nicola, Bechi che per fortuna è una ragazza e non dovrà partire soldato. Remo ha detto: impicchiamoli. Che restino d'esempio davanti alla stazione. Adesso ci sono quattro ragazzi appesi alla finestra della cucina. Non quella che dà sulla mitraglia. L'altra, quella affacciata alla strada. E un cartello con su scritto: banditi. Che schifo. Siamo noi che non abbiamo capito. Remo bisognava denunciarlo quando ha iniziato a fare la borsa nera al casello. Invece noi a comprare da lui.
Su Pompeo, gli dice il Turco, ci fumi sopra. E tira fuori da una tasca un portasigarette che direi d'argento. Sigarette vere. Sì, francesi, di prima della guerra. Ne ho una, dividiamo a metà.
Anche lei Turco, con le sue sigarette, il suo caviale! È anche colpa sua! Zio si mette a gridare e con una spinta allontana il Turco.
Lo so, è dura per tutti, gli dice lui sorridendo e accendendo la sua metà. Zio impreca, urla. Mamma dice, uscite ragazzi, andate fuori.
Stiamo per uscire. Io vorrei sentire. E invece sentiamo degli spari. Stanno sparando. Dove? Al ponte forse? Di là del Po. No, in paese. No, alla stazione. Che si fa? Usciamo davanti alla casa e non riusciamo a capire da dove vengono i colpi, ma sono raffiche e forse bombe. Non sono gli aerei. Meglio stare svegli stanotte. A turno, dice il Turco. Ed è il mio turno quando sento chiamare: Turco! Turco! Faccio per andarlo a svegliare, ma lui è già davanti alla porta con una roncola in mano.
Chi è là?
Amici.
Amici chi?
Sevruga.
E Beluga... Chi siete?
Girolamo Grandi, aprite per l'amor di Dio.
Chi?
Il garzone, aprite.
Il Turco apre e la faccia del garzone è quella sudata di sempre, anche perché è estate e lui indossa una giacca di panno. Sul bavero il solito distintivo. No, perdinci, un altro distintivo: una falce e un martello, appoggiati su un libro. Al collo un fazzoletto rosso. In mano, in mano... Ha un fucile mitragliatore. Entrate compagni dice scansando il Turco.
Che state facendo? Chiede il Turco. Per tutta risposta si trova davanti quattro uomini armati. Chi siete? Domanda.
Andrea! Enrico! Esclamo io incredulo.
Conosci questa gente?
Tutti si sono alzati dai pagliericci.
Sì, rispondo, sono Andrea Cavicchi e suo fratello...
Zitto, mi dice il garzone. Niente nomi. Adesso io sono il comandante Sevruga delle Brigate Garibaldi...
Ride il Turco, di cuore, incurante delle armi e delle circostanze. Non riuscite proprio a togliervi il caviale dalla testa! dice.
Zio bestemmia. Chi siete? Cos'è questa pagliacciata?
Siamo combattenti per la libertà, risponde Enrico.
E venite qui a combattere? Domanda il Turco.
Abbiamo un problema. Abbiamo fatto un'azione di sabotaggio alla ferrovia.
Anche voi! Protesta Zio.
Sì, ma siamo stati intercettati prima dai fascisti. C'è stata una sparatoria un nostro compagno è morto...
Un nostro compagno di scuola? Chiedo io ad Andrea.
No, no, un compagno di lotta, risponde lui.
Adesso ci cercano, dovremmo attraversare il fiume, solo lei Turco può aiutarci.
Ah, siamo passati al lei...
Ero costretto, sa il lavoro... Ma adesso faremo una nuova Italia... Poi sottovoce avvicinandosi al Turco: e quando tutto sarà finito diventerò l'unico importatore di caviale del Volga... Pensi, ho l'informazione quasi sicura che anche Stalin apprezzi il beluga imperiale... Poi, rialzando la voce: abbiamo un altro problema.
Quale?
La macchina.
Che macchina?
La mia Lancia Ardea, l'abbiamo abbandonata sull'argine.
Bravi coglioni, sbotta il Turco. Volete farci fucilare tutti? Andiamo alla macchina e buttiamola al fiume per cominciare, per il resto vedremo. Lei Pompeo tenga a bada la casa, usi questa se occorre.
E Zio rimane muto con la roncola in mano. Io li seguo. Vattene, dice il Turco. Non lo ascolto. Andrea, ma che hai fatto?
Adesso mi chiamo Nessuno.
Come?
Nessuno, come Ulisse. Ho scelto, Nello.
Cosa hai scelto?
Da che parte stare. Anche tu dovrai scegliere da che parte stare...

Tratto dal mio romanzo La signora del caviale. La nuova edizione è da poco in libreria.

English abstract: this is a passage of my novel La signora del caviale (The lady of the caviar). In Italian only. The foreign rights are available here.

 
Di Michele Marziani (del 24/04/2012 @ 06:11:20, in Scritture, linkato 451 volte)

L'anguilla è un serpente, non è un pesce... Dice nonna scuotendo la testa. Anche dopo giorni fuori dall'acqua non muore mai. Una volta tuo nonno ne ha portata a casa una che sembrava un anaconda, è sgusciata fuori dal cestino ed è andata a nascondersi sotto il letto... Ci abbiamo messo mezza giornata a riprenderla, sguillava da tutte le parti... Cosa faceva?
Sguillava, così si dice dell'anguilla quando scivola... Eppure lui, tuo nonno, per mangiarla in umido faceva una malattia... E non c'era brutto tempo che tenesse. Aspettava la fine dell'estate con impazienza, attendeva sempre che l'aria portasse l'autunno, che il mare cominciasse a ruggire, il vento a turbinare le foglie e il fiume a gonfiarsi e a rutilare a valle rami, terra e schiuma... Allora lo vedevi sorridere. Mica gli importava che fuori piovesse, si calcava il cappello, il pastrano, accendeva il sigaro e usciva, in una mano il retino e nell'altra l'ombrello. Quello lì è l'ombrello per le anguille...

Tratto da Un ombrello per le anguille, il mio libro di racconti appena uscito in libreria.

English abstract: this is a little passage of my new book of short stories Un ombrello per le anguille (An umbrella for eels). In Italian only. Sorry.

 
Di Michele Marziani (del 12/04/2012 @ 23:36:40, in Scritture, linkato 541 volte)

È finalmente in libreria il mio nuovo libro di racconti Un ombrello per le anguille. Se nella vita avete pensato anche per un solo giorno di affacciarvi sulle rive di un fiume con la canna da pesca in mano questo è un libro che non potete non leggere. Cliccando qui si può scaricare un piccolo assaggio tutto da leggere.

English abstract: my new book of short stories Un ombrello per le anguille (An umbrella for eels) is now in every Italian bookstores.

 
Di Michele Marziani (del 06/03/2012 @ 05:58:32, in Scritture, linkato 1066 volte)

In Italia i racconti non si leggono, risponde qualunque editore quando uno scrittore propone una raccolta di racconti. A Guido Tommasi il merito di affacciarsi alla narrativa (lui che di solito pubblica altro) sfidando un luogo comune e proponendo questi miei racconti scritti sull'acqua, in riva ai fiume, in mezzo ai pesci, attraversando la seconda parte del Novecento e le peripezie della vita, con la canna da pesca in mano, come scusa per non essere disarmati di fronte all'eternità. Un ombrella per le anguille sarà in libreria il 19 aprile 2012. Racconta storie di altri, storie inventate, ma è il libro che più di tutti racconta che cosa è per me davvero la vita.

English abstract: Un ombrello per le anguille (An umbrella for eels) is my new book of short stories. They are 19 short stories about fish, fishing, lakes and rivers. But they are also 19 short stories about life. Coming soon in every Italian bookstore. In Italian only, for now.

 
Di Michele Marziani (del 05/03/2012 @ 05:36:29, in Scritture, linkato 1048 volte)

È finalmente in libreria la nuova edizione del mio romanzo La signora del caviale. Il libro narra di una comunità di pescatori di storioni nel basso corso del fiume Po vista attraverso gli occhi del giovane nipote del capostazione del paese. Un intreccio di uomini e storia, all’ombra della seconda guerra mondiale. A tenere le fila della vicenda la presenza, discreta e distante, della signora del caviale. Lei, ebrea, scompare con le leggi razziali e assieme a lei finisce per sempre l’epoca del caviale del Po.
Una storia che attraversa due dei drammi maggiori del Novecento, la guerra con le persecuzioni razziali e il degrado ambientale causa della scomparsa degli storioni.

 
Di Michele Marziani (del 23/02/2012 @ 05:56:23, in Scritture, linkato 904 volte)

Per fortuna che la stagione è cominciata perché sono tempestato di richieste, dice il garzone al Turco.
Basterebbe una gelata a bloccare i pesci, risponde il Turco.
Speriamo proprio di no, perché ci stanno scrivendo da tutto il mondo, il caviale è richiestissimo quest'anno.
In tempo di guerra? Domanda Mamma.
Signora mia, chi mangia caviale se ne infischia della guerra. Scrivono persino dall'America per averlo.
Ma non sono nemici gli americani? Chiedo io.
Quelli che mangiano caviale non sono proprio americani, risponde prontamente il garzone. Sono cosmopoliti.
Cosa sono?
Non importa. E poi mica gli vendiamo armi. Uova di pesce a quei debosciati, dice il garzone tirando pancia in dentro e petto in fuori.

Tratto dal mio romanzo La signora del caviale. La nuova edizione sarà in libreria il 29 febbraio.

 
Di Michele Marziani (del 22/02/2012 @ 06:32:31, in Scritture, linkato 923 volte)

Dove finisce il Montefeltro, dove i comuni non sono più montani, inizia il vuoto: una delle più belle terre di nessuno che si possano incontrare, colline e ginestre, ulivi e calanchi, vigne e paesini da retrobottega della civiltà contadina che ci accompagnano fino al mare. Questa è Frusaglia, un luogo solo letterario che può permettersi anche di far finta di non vedere i capannoni artigianali e le altre brutture che il progresso ha sparso qua e là. Frusaglia è un moto dell'animo è il teatro delle Cronache tombariane. È un modo di vivere abbarbicati ai paesi, lontani dalla modernità. Ma non al buio. Non è vita da eremiti, ma è luogo dove le cose appaiono in qualche modo relative, mitigate da rapporti arcaici, regolate da leggi naturali. Non so se tutto questo esiste ancora tra le colline a cui ho voluto dare il nome di Frusaglia seguendo le ragioni del cuore ma anche le indicazioni di Tombari: «paesotto immaginario con riferimenti reali rintracciabili non tanto tra Fano e Pesaro, quanto nelle campagne tra i fiumi Metauro e Marecchia, dal mare al Montefeltro». Non ho inserito tutti i luoghi possibili, ma quelli che hanno il soffio magico dell'antico: Gemmano che sembra l'Irlanda in certe giornate ventose di primavera con gli sbuffi che attraversano i calanchi; Montefiore con la Rocca che ha il sapore di un arcigno passato, il teatrino, le castagne vicino al mare e l'Enoteca Belfiore che Giuliano Gnoli ha trasformato in gioco di cultura, in osteria di paese e di mondo, luogo d'incontro contadino e cosmopolita; Saludecio, cittadina di rappresentazione delle erbe campestri e dei fasti dell'Ottocento; Morciano, già mercato della Valle del Conca e sede del pastificio Ghigi oggi in ennesimo tentativo di rilancio, ma negli anni Sessanta terzo in Italia per produzione dietro a Barilla e Buitoni. Con la B comincia anche Boccioni, Umberto, il pittore futurista d'origini morcianesi...
Poi San Giovanni in Marignano, l'antico granaio dei Malatesta, la famigliona rinascimentale, i signori di Rimini perennemente in guerra contro i Montefeltro, i Duchi d'Urbino, oggi luogo di vini e di olio extravergine d'oliva. Delle olive però la patria rinomata è Montegridolfo, appollaiato sul cocuzzolo che controlla i confini. E ancora Tavullia che ha dato i natali all'asso del motore, a Valentino Rossi, tanto che qui tutti i ragazzetti sfrecciano per le strade a bordo di Apecar truccati e rombanti. Sì, perché lui, il campione, ha cominciato così, sul barroccio a motore, tra le curve di collina. Poi Montecalvo in Foglia e Colbordolo che stanno sulle rive del Foglia, nella zona indiscutibilmente pesarese. Dove gli oli extravergine guardano alla vicina Cartoceto e i vini hanno nomi diversi ma caratteristiche simili ai fratelli riminesi. Di questa terra di nessuno che è poi patrimonio di un'umanità frusagliana abbiamo volutamente lasciato fuori la capitale. Perché pure noi abbiamo un campanile, seppure d'adozione: Mondaino. Non che il resto non sia bello, ma la casa di Tombari è lì, seppure per pochi metri. E io Tombari l'ho conosciuto proprio lì, a Mondaino. Non lui in persona, la sua scrittura.

Tratto da Il paese dei Ghiottoni. Da poco in libreria è un libro di appunti presi seguendo le strade, i luoghi e gli scritti di Fabio Tombari.

 
Di Michele Marziani (del 15/02/2012 @ 13:05:14, in Scritture, linkato 731 volte)

Sono questi i comuni dai quali passano queste pagine: Badia Tedalda, Sestino, Casteldelci, Belforte all'Isauro, Piandimeleto, Lunano, Frontino, Carpegna, Pietrarubbia, Pennabilli, Sant'Agata Feltria, Novafeltria, Talamello, Maiolo, San Leo, Montecopiolo, Montecerignone, Sassocorvaro, Macerata Feltria, Monte Grimano Terme, Auditore, Tavoleto, Mercatino Conca, Sassofeltrio, San Marino, Montecalvo in Foglia, Montegridolfo, Montefiore, Saludecio, Mondaino, Tavullia, Colbordolo, Gemmano, Morciano di Romagna, San Giovanni in Marignano, Cattolica, Gradara, Gabicce. Sono talmente tanti in un percorso breve, dal monte al mare, che a scriverli ho il terrore che me ne resti uno dimenticato nella penna. Vorrebbe dire l'insurrezione del campanile, il libro messo all'indice per sempre nel comune non ricordato. Li ho menzionati tutti, penso rileggendo. Da monte a valle, più o meno, passando un po' di qua e di là, col semplice criterio del ricordo. E non è facile perché a voler conoscere l'Italia dei campanili basta venire in questi paesi che ancora rivendicano fieri frazioni dimenticate, vivono a volte le scomodità delle "isole" amministrative e sono convinti di essere il centro del mondo... La capitale del pane e quella della fisarmonica, ce n'è per tutti i gusti e non sono mai primati campati in aria. Sono solo difesi con un'enfasi che ad allontanarsi di pochi metri fa sorridere. Invece ci piace prendere sul serio questo attaccamento alla terra di casa. Ci piace pensare che esistano piatti comuni al monte e al mare, alla montagna e alla collina. Ci vengono in mente solo le tagliatelle, ma sappiamo che c'è chi le vuole ruvide e di spessore e chi sottili e un po' più lisce. Come sappiamo che una disfida sul condimento vedrebbe almeno due grandi eserciti schierati: quello del ragù e quello del sugo coi piselli. Non se ne esce vivi da certe discussioni, ma senz'altro se ne vien fuori sazi.

Tratto da Il paese dei Ghiottoni. Da poco in libreria è un libro di appunti presi seguendo le strade, i luoghi e gli scritti di Fabio Tombari.

 
Di Michele Marziani (del 12/02/2012 @ 05:00:48, in Scritture, linkato 505 volte)

Preparati, aggiunge, che usciamo in barca, metti gli stivali e la cerata di Kaddour, lui il pomeriggio lavora al mercato, scarica i camion.
Ecco, tutti fanno qualcosa, fanno forse più lavori, tanti mestieri e tengono in piedi un microcosmo a dieci metri da casa mia.
Sorrido mentre indosso gli stivaloni di gomma ascellari: con quanta facilità si può entrare nei panni degli altri. Panni, vestiti, scarpe. Ripenso di nuovo a quella volta della Caritas. Era stata Camilla a dirmi di andare dal parroco che forse mi avrebbe dato una mano. Ma, onestamente, non mi sembrava bello andare a presentare il mio nuovo stato di povertà, di bisogno, di non so nemmeno io cosa, a don Giancarlo che ogni tanto prendeva un caffè quando passava a benedire la casa. Vero è che oltre a qualche chiacchiera formale di me sapeva poco, ma che io fossi il pediatra del quartiere, beh, era noto anche ai sassi. Ecco, la figura del pediatra barbone, se posso, non la faccio volentieri. Allora mi è venuta in mente la Caritas, la distribuzione dei vestiti. Ho pensato che con Camilla in trent'anni di vita agiata, sì agiata è la parola giusta, ne avevamo messi di abiti nei cassonetti per i poveri, ad ogni stagione, ad ogni cambio di guardaroba. Allora adesso che il mio guardaroba era francamente inguardabile potevo andare a vedere di trovare un paio di calzoni, magari una camicia o un giaccone per l'inverno che stava arrivando.
La Caritas è in un palazzo grande, un vecchio istituto, architetture da orfanotrofio, c'è una scalinata da salire, un portone da spingere. Dentro c'è cattivo odore e ci sono delle sedie, su ognuna c'è un negro, un cinese, uno zingaro o un vecchio. Io non sono nessuno di loro, è la prima cosa che ho pensato. Sì, mi sono anche detto che forse avrei avuto il diritto di precedenza, in fondo non solo sono italiano, ma abito pure nel quartiere lì vicino e ho fatto del bene alla gente per tanti anni, mica sono stato a mendicare tutta la vita come questi che mi stanno attorno. C'era un vecchio dietro alla guardiola, credo mi abbia letto nel pensiero. Mi ha fatto entrare prima, ma non perché fossi italiano: venga, venga dottore, avevamo letto del suo caso, ma non pensavamo fosse così grave... Ecco, improvvisamente mi sono sentito chiamare grave, oltre che dottore. Ho atteso l'arrivo di monsignor Francischi in persona, il responsabile della Caritas. Mi ha trattato con deferenza all'inizio, mi ha dato del lei, mi ha detto stia comodo, racconti. Allora ho detto di me: vorrei solo dei vestiti, ne ho donati tanti nella vita.
Ma dove abita adesso? Non ha più una famiglia? Mi dica come è andata... È andata come c'era scritto sui giornali, ho tagliato corto, non mi piacciono le domande.
E sua moglie come mai l'ha abbandonato?
Lei cosa avrebbe fatto?
Non sono sposato, a noi non è concesso, ha detto monsignor Francischi sorridendo. Pensava di stemperare il clima, di fare dell'umorismo, ma a me il suo sorriso stava già dando alla testa.
Non le piacerebbe andare in una comunità? In un luogo dove le sue competenze potrebbero essere utili a qualcuno? Sa noi avremmo la possibilità di ospitarla, di darle una mano anche...
Ma io volevo solo un cappotto...
Dove vive ora?
A casa di mia madre...
Non le basta la sua pensione per darle una mano?
Mia madre è morta...
Quindi lei possiede una casa?
È suo questo palazzo dove stiamo? Ho ribattuto, non sopporto la gente che vuol sapere la marca delle mutande.
Cosa c'entra, mica sono venuto io a chiederle un cappotto.
Ha ragione, ho sbagliato. Mi sono alzato. Avrei dovuto bestemmiare forse, mandare qualche accidente a Dio che si avvale di collaboratori privi di tatto, ma del tatto di Dio non ricordo di aver sentito parlare al catechismo. Così sono uscito pensando a quanti vestiti buttati via, dati a sbafo a questi ministri della povertà. Ministri? Amministratori del condominio dei poveri, salvaculo dei negri, spocchiosi e ignoranti, tutte parole che ad essere coraggioso avrei dovuto dire lì per lì. Invece mi sono limitato a: monsignore ho fatto un errore. Ma lui non ha capito pensava di essere in confessione e ha risposto: tutti ne facciamo. Il mio è stato venire qui, questo avrei dovuto ribattere e invece è stato il cuore a cominciare a battere e i piedi mi hanno portato giù dalle scale, fuori dalla sala d'aspetto.

Tratto da Barafonda, il mio ultimo romanzo. In libreria.

 
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