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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Eppure lo zio era come il pescatore di Mario Soldati, quello che nel 1957 ha fatto vedere per primo una trota all'Italia. Ricordi? Lui lì che pescava su una buca del Po, col verme sotto la cascata e Soldati che gli rompeva le scatole con tutta la troupe della Rai davanti e lui che parlava in piemontese stretto. Diamo fastidio? Chiedeva Soldati e lui a dir sì e loro a continuare con le telecamere grosse quelle del cinema e il microfono a giraffa. Ti ricordi Marco? Ecco, quella è stata la prima trota che han visto tutti, piccola, roba da venti centimetri ma a Bari e a Livorno e a Rovigo mica sapevano cos'era una trota e tutti lì a bocca aperta davanti alla tele e quell'omino con la canna come quella dello zio e il cappellaccio.
Tratto da Sarà salita dal lago, nel libro Un ombrello per le anguille, la mia raccolta di racconti scritti sull'acqua. In libreria.
Il santuario della Madonna Nera è avvolto dalle Alpi biellesi. Qui, in una stanzetta economica per esercizi spirituali, ho deciso di rinchiudermi per cominciare il mio prossimo romanzo che parte proprio da lì, da Oropa. Dal primo di maggio sono lì per qualche giorno.
Lo scrittore americano di origine irlandese Frank McCourt, autore dell'indimenticabile Le ceneri di Angela, ha a lungo insegnato nei licei americani come racconta nell'esilarante Ehi Prof! Ed è proprio al liceo Stuyvesant di New York che riesce a far apprezzare la lingua inglese ai suoi alunni annoiati e scapestrati attraverso la lettura, addirittura la recitazione, di ricette di cucina. Leggendolo ho messo insieme l'idea di A Pranzo con Giulia, la mia raccolta di momenti di vita quotidiana in cucina.
Un piccolo esempio? Le linguine con gli scarafaggi, concentrato di memoria familiare: Nonna Maria Anzivino, figlia di ristoratori e moglie di capostazione, univa le virtù di entrambi: saper cucinare e viaggiare. Così dei luoghi dove nonno Tommaso Marziani veniva mandato a suonare fischietti e ad alzare palette lei imparava a riconoscere e a riprodurre i sapori migliori delle diverse regioni d'Italia. Dei tanti piatti dei ricordi c'era un'insuperabile pasta aglio, olio, peperoncino, acciughe e olive nere, detta per noi bambini pasta con gli scarafaggi proprio per via delle olive. Questa ricetta è una rivisitazione ancor più ghiotta. In una padella mettete mezzo bicchiere di olio extravergine d'oliva, peperoncino senza semi a pezzi grossi, tre o quattro spicchi d'aglio interi. Scaldate e quando l'aglio diventa color caramello toglietelo e levate pure il peperoncino. Aggiungete tre acciughe dissalate e fatele sciogliere, poi due manciate di olive nere snocciolate (e tagliate a rondelle se avete voglia) e un pugno di capperi. A parte, in un padellino antiaderente unto con un filo d'olio tostate due o tre pugni di pangrattato. Spegnete appena vedete che fa fumo. Scolate le linguine che avrete cotto nel frattempo, saltatele nell'olio, aggiungete il pangrattato e un po' d'acqua di cottura. Pasta semplice, ma da grandi occasioni.
A Pranzo con Giulia è finalista al Premio Bancarella per la Cucina 2013.
Tra i cinque finalisti del Premio Bancarella Cucina c'è il mio libro A pranzo con Giulia.
Non posso che essere contento di concorrere al prestigioso concorso con questa sorta di diario di un padre in cucina, da un angolo di visuale diverso della vita: dai fornelli. Il vincitore del Premio Bancarella Cucina sarà proclamato il prossimo 19 luglio.
Ma che libro è A pranzo con Giulia?
Una semplice raccolta di ricette narrate come se fossero storie. O meglio una raccolta di piccoli racconti scritti come fossero ricette, scegliete voi. Nella prefazione è svelato tutto:
I segreti delle mie ricette sono pochissimi: tutto fresco, preferibilmente locale, acquistato al mercato, da gente di cui mi fido. Nessuna preclusione: le ricette vogliono fantasia, non regole fisse e ingredienti misurati e pesati. Ecco, vedrete, ci sono pesi e misure solo dove sono indispensabili.
Tutti gli errori si possono correggere in cucina, tranne uno, la presunzione. Qui non ci sono piatti da grandi chef, ma scampoli di felicità gastronomica, ricercata ogni giorno, davanti ai fornelli. Come fosse una passeggiata per respirare un poco. O la pagina di un buon libro.
Ovviamente nella mia cucina non c'è la televisione. Mentre la musica è benvenuta. Come gli amici.
La casa editrice Barbès che possiede anche il marchio Cult è in liquidazione. I miei libri pubblicati con loro saranno in libreria fino ad aprile quando scadrà l'accordo di distribuzione con Rcs. E poi? Boh... Ho chiesto al liquidatore di farmi sapere qualcosa, nemmeno ha risposto con una frasetta di circostanza.
Quindi se volete leggere o regalare Umberto Dei, La signora del caviale, Barafonda e Sovversivi del gusto, acquistateli adesso finché sono in giro, oppure impazzirete a trovarli come io sto impazzendo a trovare quelli di Mario Albertarelli per la biblioteca di Casa Ponte.
Copio e incollo da una simpatica mail ricevuta l'altro giorno:
Umberto Dei... Questa la devo proprio raccontare, e se ritiene di “usarla” come una medaglia al valore faccia pure.
Io mi siedo a tavola per pranzo verso le 12,30, e circa verso le 13 finisco e…vado in bagno per i miei bisogni corporali da seduto. Avrà capito di cosa si tratta, e come tutti quelli che amano leggere, sulla tavoletta ci vanno con il giornale. Quel giorno (quando cioè ho deciso che era il caso di incominciare a leggere Umberto Dei...) in bagno porto il libro e inizio la lettura. Dalle prime battute capisco che è una di quelle storie avvincenti che sarebbe un peccato leggerla a spizzichi e bocconi, o da dividere idealmente in capitoli, ma un libro di quelli da leggere tutto d’un fiato per meglio assaporare la vicenda e farsi trasportare dalla dinamica degli eventi.
Sono quasi le 14, cioè l’ora in cui mi appresto ad andare al lavoro, e mia moglie vedendomi ancora in bagno pensa che sono alle prese con qualche problemino. Non posso interrompere la lettura così, e allora dichiaro non meglio precisati problemi intestinali per giustificare una così lunga sosta alla toilette. Sarà quindi il caso di avvisare al lavoro che per il pomeriggio non potranno contare su di me; in questi casi è meglio stare a casa al calduccio. E così fu. Ho trascorso buona parte del pomeriggio in salotto a cercare la fine della vicenda, e per uno che si assenta per malattia una volta ogni quattro/cinque anni… ho detto tutto. Non è stata colpa mia, ma di quel ciclofilo mezzo terrorista pasticcione che spediva pezzi a casa e riceveva misteriosi amici…..che in ditta che se la prendano con lui!
Leggo alcuni racconti degli studenti del laboratorio di scrittura narrativa che tengo a Rimini, a Università Aperta. Mi pongo domande su questa crescente necessità di scrivere a fronte, spesso, della grande difficoltà di leggere. Per la prima ci si sacrifica, per la lettura manca il tempo. Eppure ha ragione Raul Montanari quando dice che se tutti smettessero di scrivere romanzi, racconti, poesie, certo perderemmo frammenti di bellezza in più, testimonianze importanti della vita così come la conosciamo ora, ma ci rimarrebbero da leggere un'infinità di libri meravigliosi scritti nel passato, che hanno meritato di rimanere e che ci dicono cose decisive su noi stessi.
Se invece al mondo tutti smettessero di leggere, sarebbe la fine.
Leggere è molto più importante che scrivere, non c'è proprio paragone.
Però si sente più forte l'urgenza di scrivere, rispetto a quella di leggere. I racconti dei miei studenti sono lì a dimostrarlo. Mi viene in mente l'utopia di Ivan Illich, per me uno dei più vitali pensatore del Novecento. Illich credeva che ad ogni persona sia data una storia da raccontare. E si adoperava perché questa storia non venisse omologata, potesse mantenere la propria originalità. Ecco, i racconti dei miei studenti sono belli, nel senso di bene scritti, ma mancano di immaginazione, di utopia, non saltano oltre la siepe, non sfuggono da quello che dai racconti di ci aspetta. Allora ripenso a una chiacchierata fatta sotto ai portici con l'amico Ennio Grassi sulla necessità di reinventare la lingua, di far nascere parole nuove (non neologismi) capaci di affrontare la sfida del presente, di raccontare un mondo che non riusciamo a capire. Sogno, nel viaggio che faccio coi miei studenti, di poter mescolare le parole, farle saltare al di là della siepe, costringerle a diventare dell'altro. È una grande sfida, è la scrittura intorno alla lingua, non alla storia: ogni storia è originale, ma richiede un'indagine che passa attraverso la lingua. Mi aspetto molto da questo tempo inquieto. E credo che la lingua italiana possa attendersi molto da chi ha scelto l'Italia come terra d'approdo.
Ho un nuovo romanzo appena finito e rifinito, in cerca di un buon editore. Si intitola Viva la Quinta Brigade, come la bellissima canzone del folksinger irlandese Christy Moore che mi ha gentilmente consentito l'uso del titolo.
La storia è quella di Pablita O'Connor, oggi nell'età della pensione dopo aver trascorso la vita in una piccola valle montana piemontese, a due passi dal lago d'Orta, gestendo la ferramenta di famiglia. Figlia unica, orfana di madre alla nascita, è stata cresciuta da Malachy, amato padre irlandese a cui deve il suo nome “da cartone animato”. Ora, alla vigilia del suo sessantacinquesimo compleanno, vedova, una figlia lontana, la ferramenta chiusa, decide di ripercorrere le tracce del padre, ormai morto da tempo e in gioventù combattente repubblicano durante la guerra di Spagna, messo al confino a Ventotene e poi partigiano in Val d'Ossola. Questa avventura, questo viaggio improvvisato, un po' la spaventano e un po' la emozionano, facendola sentire ancora energica e piena di vita, facendole dimenticare gli anni anagrafici.
La prima tappa è l'isola di Ventotene dove scopre che il padre era registrato tra i confinati come Mario Occone, italiano residente a Rudestone, inesistente paesino della Liguria.
Come mai? Errore degli addetti alla registrazione o voluto cambio d'identità?
Nel tentativo di rispondere alla domanda, Pablita O' Connor continua il viaggio del padre a ritroso e si trova a Barcellona dove vive un'altra Pablita, vecchia e affascinante signora che da piccola conobbe Malachy e in ricordo della quale l'irlandese diede quel nome insolito alla sua bambina italiana. Questo incontro, del tutto fortuito, avvicina le due donne ridestando antichi ricordi nel tentativo di dare risposte a nuove domande, mentre la primavera spagnola e un galante signore risvegliano i sensi della piemontese irlandese.
Perché Malachy dopo la terribile battaglia dell'Ebro non tornò in patria? Perché scelse la via più rischiosa - quella per mare - per andare in Italia? E perché in Italia?
Occorre prendere un nuovo aereo e volare in Irlanda, andare nel Connemara da cui partirono diversi dei giovani, socialisti o repubblicani, che seguendo l'esponente dell'IRA Frank Ryan, scelsero di combattere una guerra non loro, nella Quindicesima brigata internazionale, accanto agli antifascisti spagnoli. Tra questi anche Malachy O'Connor e il suo amico Stiofan Gallagher.
A contatto con le proprie radici, Pablita viene travolta da una girandola di incontri e di sensazioni forti. E da altre domande che forse a Roundstone troveranno risposta. Perché a dispetto di tutto Stiofan Gallagher, da Pablita creduto morto nella battaglia dell'Ebro, è ancora vivo e può dipanare la matassa di questa storia intricata che coinvolge anche Martin, un fratello cieco di cui Pablita ignorava l'esistenza.
Per i curiosi qui c'è anche una board di Pinterest dedicata al romanzo: Ingredients for my next novel.
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25/05/2013 @ 0.36.38
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