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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Non piace a tutti, anzi, ho letto critiche feroci, ma per me che amo la città lombarda La traversata di Milano di Maurizio Cucchi è come la cioccolata in tazza delle domeniche d'inverno, nel bar buono del centro. Calda, fumante, che appanna gli occhiali.
Sembrava un libro assolutamente innocuo, invece la lettura di Hotel Angleterre di Nico Orengo, pagina dopo pagina, mi ha riempito la scrivania di autori russi. Da Tolstoj, a Dostojevski, a Nabokov, a Bulgakov, a Puskin si sta alzando una muraglia di vecchi volumi. ll problema è che ho un tavolo solo, piccolo, dove leggo, scrivo, accumulo appunti, invito a pranzo i miei figli. Prima dei russi anche gli amici.
Scrive Joseph Roth nel suo Le città bianche, scritto dopo la prima guerra mondiale: "E mentre gli anziani ci tediano ogni giorno con le loro esortazioni alla ricostruzione e all'essere positivi, noi rispondiamo col sorriso smaliziato di chi è stato la causa, lo strumento e la vittima di una enorme distruzione. Oh, se questa distruzione non ci avesse resi così muti potremmo dire loro cos'è la ricostruzione! Ma ad essa crediamo così poco che non siamo neppure capaci di dimostrarne l'impossibilità. Il padre che ha perso il figlio conosce la distruzione meno di suo figlio che è morto". E dopo: "C'è pur sempre una differenza tra l'aver vissuto qualcosa sulla propria pelle e averlo vissuto su quella dei propri figli. Noi siamo figli". Più dirompente di Céline. Ritrovato pensando agli amici in partenza per Sarajevo.
"E, in generale, non aveva nessuna intenzione di fare la professione del giornalista. Era un lavoro stupido. Era un lavoro da spie. I giornalisti spiano la vita. Guardano dal buco della serratura e si convincono che il mondo è quel poco che vedono." Lo dice Carlo, il protagonista de Il marito muto, il romanzo di Claudio Castellani, quando spiega a suo padre perché vorrebbe diventare sinologo. Non credo che la professione del giornalista in Italia, oggi, sia molto distante da questa pennellata sessantottina.

Occupandomi di "spesa vicina" (che è qualcosa di più della "filiera zero", nel senso che non solo elimina gli intermediari, ma riduce le distanze) ho incrociato il lavoro dei giornalisti canadesi Alisa Smith e James MacKinnok che hanno scritto un libro sulla loro esperienza di mangiare solo cose acquistate nel raggio di cento miglia: The 100 mile diet. Mentre lavoro al mio nuovo romanzo, il terzo (per il secondo, una storia di biciclette tra Milano e l'Uzbekistan, sono in cerca di editori), ho bisogno di viaggiare con la mente intorno al Bosforo e il libro Istambul, di Orhan Pamuk, premio Nobel per la letteratura nel 2006, è l'incrocio avvolgente, universale ed eterno della vita della scrittore con quello del luogo in cui vive. Tutto in una sola città. Che non è neppure New York.

Tra i romanzi meno conosciuti di Ernest Hemingway c'è Di là dal fiume e tra gli alberi, ambientato in Italia, a nord est, nel secondo Dopoguerra.
Noto e annoto tra le curiosità: "Nel bar, seduto al primo tavolo entrando, c'era un riccone postbellico di Milano, grasso e incallito come soltanto i milanesi sanno esserlo, in compagnia dell'amante dall'aria costosa ed estremamente desiderabile. Bevevano un Negroni, un miscuglio di due vermouth dolci con acqua di selz, e il colonnello si chiese quante tasse quell'uomo aveva dovuto eludere per comprarsi quella ragazza tirata a lucido nella lunga pelliccia di visone..." Insomma, già allora tutti sapevano, Hemingway compreso, che per essere ricchi in Italia occorreva se non evadere, almeno eludere le tasse.
Irene in una macchina, un'incubatrice, dove non è né morta, né nata. Gaetano che scrive il suo tema alla fine delle 150 ore serali con le parole che scorrono lungo una vita di quelle dure, non facili. In mezzo Maria, madre e insegnante, a Napoli, non in un posto a caso. Forse è vero che Lo spazio bianco, il primo romanzo di Valeria Parrella, è meno potente dei racconti che abbiamo assaggiato nel tempo (Per grazia ricevuta, è un pezzo di umanità, forse di storia, sospeso su un filo di fiato), ma il linguaggio, quello no, quello è sempre grandioso. Una ragnatela di parole che vorresti ti intrappolasse per l'eternità.
Al Ceis di Rimini, la scuola “svizzera” dove mio figlio Ludovico frequenta le elementari imparano l'italiano con I draghi locopei che oltre ad essere l'anagramma di “giochi di parole” è un bel libro di Ersilia Zamponi pieno di spunti dai nomi curiosi o dimenticati: lipogramma, logogrifo, mesostico, acrostico, centone... Un libro bellissimo, la porta di un mondo infantile.
Ieri convocazione dei genitori da parte delle maestre per prova pratica d'apprendimento. Tutti in fila armati di forbici e matite. Da perdersi. Per ritrovarsi un po' più bambini. Quando si dice la scuola attiva...
Tra le immagini dei testimoni letterari del Novecento c'è quella di Doris Lessing che arriva a casa con le borse della spesa e trova cronisti e fotografi sulla porta: ha vinto il Nobel per la letteratura. Ho appena finito di rileggere il suo Il sogno più dolce per una recensione su Edison Square. Che respiro in questo piccolo capolavoro tutto al femminile. Una scrittura che si dipana dalla seconda guerra mondiale fino agli anni Ottanta, attraversando una casa londinese, grande e borghese, ma incredibilmente anticonformista: luogo degli affetti e dei conflitti, famiglia allargata e piccola comune, quasi una riserva indiana dove sperimentare la vita. Rifugio di quella generazione che la rivolta se l'è vista crescere tra le mani: uguaglianza, libertà, lotta, politica ed amore... Tutte le parole d'ordine s'intrecciano nelle vicende di questo gruppo di giovani. Sulla storia, quella grande e quella privata, incombe il primato della rivoluzione, il personaggio di Johnny, ex marito di Frances e figlio di Julia, che incarna, nella sua cocciutaggine ideologica priva di ogni sensibilità umana, la miopia delle grandi utopie. E, al tempo stesso, il loro grande, grandissimo fascino. Nel passaggio dall'Inghilterra all'Africa non c'è catarsi, buonismo o salvezza, ma consapevolezza di un mondo di serie B schiacciato comunque, al di là del colore o del nome del colonialismo. Una lettura sul filo di un'epoca.
A proposito di vite dei santi, sono imperdibili le pagine delle Ceneri di Angela che vedono il piccolo Frank McCourt costretto dalla pioggia a starsene chiuso il biblioteca dove legge le biografie di santi a dir poco improbabili. D'altra parte, come dice l'autore, peggio di un'infanzia infelice c'è un'infanzia infelice irlandese, poi, peggio ancora, c'è un'infanzia infelice, irlandese e cattolica. Un romanzo appassionante, anche per l'ottima traduzione di Claudia Valeria Letizia.
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19/05/2013 @ 18.26.52
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