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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Ne ho parlato con alcuni amici in occasione del dibattito sulla Mondadori. Quando dico in giro che campo dei miei libri incontro sguardi perplessi. Poi qualcuno azzarda: ma in Italia si dice che sia impossibile vivere di scrittura...
Dipende, rispondo sempre, da cosa ci si aspetta da quello che si fa. Personalmente guadagno come un operaio metalmeccanico non specializzato, ma non vado in fabbrica. E non è poco.
Può uno scrittore perbene continuare a pubblicare con Mondadori? Questa in fondo è la domanda. Troppo facile, direi ovvia, una risposta moraleggiante. C'è però un'altra questione: alcuni autori tengono famiglia e Mondadori, come gli altri grossi nomi che dominano il mondo dei libri, sono in grado di sfamare meglio le famiglie. Non sia mai che si debba far morire di fame uno scrittore...
Però, però, molti autori anche assai famosi che pubblicano con Mondadori (o, anche, con altri grossi nomi dell'editoria, legati o meno a Berlusconi, ma comunque in posizione dominante rispetto al mondo dei libri) si sfamano già altrove, campano bene, in alcuni casi benissimo, di altri mestieri. Mi chiedo allora se non avrebbe senso, mi viene da scrivere senso civico, addirittura civile, per molti di loro, che spesso si dicono pure democratici, avanzati, progressisti, persino di sinistra, provare a far progredire non le voci dei padroni ma le decine di ottime piccole case editrici alle quali il loro nome potrebbe fare da traino.
Lo dico sottovoce, ma confesso che in questo mondo tremolante mi trovo quasi meglio che in quello certo che avevamo prima. Oggi, mettendo le mani tra le scartoffie per la dichiarazione dei redditi, ho scoperto che guadagno circa il 20% di quello che guadagnavo più o meno dieci anni fa. Bella decrescita, non c'è che dire. Per un po' mi sono sentito povero - come non farlo in un mondo che ti dice che vali solo per quanto guadagni? - oggi mi sento sobrio. Ho imparato il piacere delle cose essenziali. E di questa sobrietà vado orgoglioso.
Sono almeno tre anni, forse quattro, che non compro un vestito. Ho una scorta di cose già messe da altre persone, da amici, da chi non c'è più anche, e mi piace tantissimo vestire panni che non sono miei, in alcuni casi sono pure occasione di ricordo. Come indossare un po' di una vita non tua. Per questo trovo bellissima l'iniziativa riVESTIti del centro culturale Magazzino Parallelo di Cesena dove da qualche tempo si possono portare i propri vestiti, scambiarli e indossare pezzi di vite altrui. Il prossimo appuntamento di riVESTIti è mercoledì 9 giugno, dalle 18 in poi, assieme al minuscolo ed autentico mercatino biologico.
Pretenderanno di farci pagare il conto di un ristorante dove non abbiamo mangiato, dove neppure ci hanno fatto entrare, lasciandoci le briciole nelle ciotole multicolore davanti all'ingresso. Ci diranno: tutti abbiamo sperperato, adesso sacrifici. Dimenticando che i patti e le regole erano altri. A settembre, ottobre, saremo nella stessa situazione della Grecia, forse peggio, lo sanno tutti ma tutti facciamo finta di niente. Se ci fosse la crisi, economica, energetica, spegneremmo le luci la sera. Invece le città brillano di inutilità. Ma il paradosso è che se si spengono le luci l'economia salta, saltano i posti di lavoro, saltano le entrate dell'erario. Quindi bisogna consumare. Questa è economia delle sperpero, non economia delle cose. Ecco, io che vado a letto presto la sera e cammino volentieri alla sola luce dei lampioni non sono disposto a pagare la bolletta di insegne e vetrine. Non ho mangiato io in quel ristorante, nemmeno quando ne ho avuto occasione.
Autoproduzione (di energia, di cibo, di idee), scambi e baratti, sobrietà, onestà anche, sono le armi che si possono opporre al disastro. Ma non sarà un disastro indolore, se ci sarà da puntare il dito bisognerà farlo, con molta franchezza. Con questi pensieri guardo al futuro e valuto che per la prima volta nella storia recente consegneremo ai nostri figli un mondo di gran lunga peggiore di quello che abbiamo ricevuto. Poi però non cedo al pessimismo: oggi abbiamo gli strumenti tecnici, le idee e le conoscenze per vivere bene, forse non sprofonderemo nel Medioevo: ci salveremo su palafitte tecnologiche. Magari diventeremo migliori.
Qui pensiamo l'Europa creativa ma con la creatività occorre soprattutto pensare l'economico.
Mentre l'Europa cade a brandelli sotto una dittatura finanziaria incapace di pensare l'economico nei termini dell'umano, incapace di pensare le politiche dei corpi, incapace di pensare gli spazi del vivere e dell’abitare, è il momento di pensare con l'Europa il mondo.
Occorre ora pensare l'invenzione, la creazione di un altro orizzonte che non sia il baratro nel quale ci stanno umiliando.
Perché il cittadino, l'operaio, l'insegnante, l'artista che non ha contribuito alla truffa mondiale deve ora pagarne il prezzo più alto?
Che mi importa dell'arte se non difende l'umano?
Credo in un'arte civile, partecipata, europea, mondiale, locale, che si fa movimento, che sposta le idee, che rischia quotidianamente e che trova,
doverosamente necessariamente trova le parole.
Trova le parole per dire un’Europa che si sfascia dentro alle politiche di coercizione e profitto che colonizzano i corpi e le menti, trova le parole per dire i tabù della povertà e dell'umiliazione, anche l'umiliazione alla quale sono sottoposte la cultura, il pensiero, l'arte.
Perché trovare le parole aiuta l'umiliazione a uscire dal personale, dall'isolamento della sfera privata e farsi cosa pubblica, forza collettiva.
Farsi opinione.
In Italia 8 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Io, artista, madre, donna, cosmopolita, straniera, clandestina, sono con loro.
In Europa 79 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Io sono con loro.
Ciò che ieri chiamavamo furto, domani lo chiameremo diritto.
E saremo tutti chiamati a fare nuove riflessioni intorno ai concetti di legalità e legittimità.
Viviamo in uno stato d’eccezione, in un tempo e in uno spazio vuoti di diritto, zone in cui le determinazioni giuridiche sono sospese o destituite.
Viviamo in un vuoto di diritto.
Io non so se l’arte possa creare piattaforme sociali, sensibilità diffuse, pensiero divergente, se l’arte possa fondare vita sensibile.
Spero di sì e sperò lo sappia fare in Europa, in Italia e in questa città a volte immemore spesso votata all'apparenza.
Certo è che tutti, ciascun individuo e a maggior ragione l’arte, ha oggi il compito di pensare e di creare economie periferiche ovvero riporre al centro non un concetto dell'arte ma la sue pratiche umane e etiche.
Occorre ora trovare le parole per dire il conflitto aperto tra politica e società. Anche con l'arte.
Occorre ora trovare le parole del conflitto, elaborare un discorso una narrazione, anche con l'arte.
Perché l'assenza di linguaggio e l’assenza di discorso porta all'assenza di opinione e al consenso che prelude al tragico.
Ci siamo già passati e avevamo detto “mai più”.
È il testo integrale dell'intervento di Isabella Bordoni tra gli artisti che hanno partecipato alla Festa dell'Europa di Rimini.
L'altro giorno ho espresso una piccola battuta d'invidia nei confronti di un amico finalmente assunto in un ente pubblico e dignitosamente stipendiato tutti i mesi. Proprio tu dici così? mi ha risposto il mio interlocutore. Vero, io non saprei starci tre ore dove è impiegato il mio amico e ho l'allergia per il lavoro organizzato. Allora da che mi veniva l'invidia? Credo da questa convinzione che sta serpeggiando un po' fra tutti che il posto fisso sia una sicurezza, non una prigione. E da dove arriva questa idea? Dall'insicurezza del vivere precario, dal fatto che le regole di una vita lavorativa libera le fanno sempre i padroni, come al tempo delle fabbriche. Ecco, negli anni Settanta le prospettive erano queste: finire in fabbrica, o in banca per chi veniva dalla piccola borghesia. E le risposte erano il rifiuto del lavoro, la rinascita dell'arrangiarsi, i semi del precariato per scelta. Oggi se pensi che si possa vivere anche senza lavorare, in senso produttivo intendo, non senza fare, ti guardano come uno scemo, anche da sinistra, anche dalla sinistra estrema che invoca il posto fisso, ovvero la tomba della creatività, la fine del tempo proprio. Io credo ancora nella fine del lavoro.
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