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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
Ai libri, alle parole, al valore della lettura, mi ha condotto per mano Gioenzio Baldazzi, maestro elementare. Me l'ha lasciato fare con la mano sinistra in tempi in cui i mancini venivano corretti. All'esame di quinta elementare portai la guerra del Vietnam, in una scuola dove la storia contemporanea si fermava più o meno al Risorgimento. Eravamo a Rimini negli anni Sessanta. Oggi scopro, leggendolo su un manifesto, che il maestro se n'è andato ormai due anni fa. Di lui ricordo la voce.
Pietro Calamandrei scrive testualmente: «In questo clima avvelenato di scandali giudiziari e di evasori fiscali, di dissolutezze e di corruzione, di persecuzioni della miseria e di indulgenti silenzi per gli avventurieri d'alto bordo, in questa atmosfera che accoglie i giovani appena si affacciano alla vita, apriamo le finestre; e i giovani respirino l'aria pura delle montagne e risentano i canti dell'epopea partigiana». E dopo aver per anni aperto le finestre e riudito i canti degli eroi, cosa fare? Alcuni giovani si sono messi a sparare.
Giovanni Battista Stucchi in Tornim a baita: dalla campagna di Russia alla Repubblica dell'Ossola.
Prima ero solo un retrogrado. Adesso che leggo con il Kindle e con l'iPad ho finalmente capito: a me non piacciono le storie, piacciono i libri, l'oggetto, la carta. Leggo Stevenson con l'inchiostro elettronico e sbadiglio, niente è più noioso di Williams, più soporifero di Kerouac... Tutti i miei amori letterari diventano quanto di più boring si possa leggere. Per me gli e-book reader, così poco piacevoli da toccare, sono la morte della letteratura. Comodissimi ma tristissimi. Utili per lavorare, tremendi per sognare.
A me il presidente venezuelano Hugo Chavez non stava particolarmente simpatico, ma io vivo qui e so nulla del Sud America. Ricordo invece le parole della studentessa boliviana incontrata a Casa Ponte: mi raccontava che Chavez ha contato per l'America latina più di Castro, più di Lula, perché Chavez era meticcio, era uno di loro, che dava speranza senza avere il volto dei conquistatori. Di lui gli indios, i meticci, gli scuri di pelle, gli eredi dei nativi sudamericani, erano orgogliosi.
Da diversi anni mando una mail ogni volta che aggiorno i miei Appunti di viaggio. La ricevono un nutrito gruppo di persone che me l'hanno chiesto in diverse occasioni. Oggi penso che questo sia un lavoro inutile: quasi tutti siamo iscritti ai vari socialnetwork e veniamo avvisati di tutto quello che accade ad ognuno di noi. Quindi da oggi non sarete più avvertiti quando verranno aggiornati i miei appunti. Ve lo diranno Facebook o Twitter. Oppure non ve lo dirà nessuno e verrete qui perché vi fa piacere passare, leggere qualche pensiero in libertà, scoprire cosa sto facendo.
A pranzo con Paolo Vachino, poeta raccontante. Guardiamo il terrazzo. C'è il sole. Lui scuote la testa: viviamo al tempo del reality. Ma un giorno si spegneranno le televisioni. La sera sarà buio. E sarà il vuoto. E allora? Allora ci chiameranno nelle loro case a raccontare storie perché questo io e te sappiamo fare.
E noi?
Noi non ci andremo.
Sotto al pavimento della villa ospedale di epoca romana c'è il riscaldamento diffuso. Ne guardo i resti affascinato. Grande conquista dei tempi. Molti secoli dopo, nel buio del medio evo, i pavimenti ricoprono altri pavimenti e nella stessa costruzione si patisce il freddo riscaldandosi tutti insieme attorno all'unico piccolo camino. Guardo il minuscolo braciere e sono sbalordito. A volte si è seduti sopra la meraviglia, ma non se ne ha memoria. E si pensa che il progresso sia adesso, nella cupezza gelida del presente.
Quando non sono in giro vivo a Rimini. Ci vivo per strane alchimie del destino. Ci sono anche nato. A volte mi vergogno a dirlo, lo confesso. Sia che ci vivo, sia soprattutto che ci sono nato. La città e io non ci capiamo, anzi un po' ci snobbiamo. La guardo con diffidenza, da lei non mi sono mai sentito voluto bene. Forse uno dei due dovrebbe cominciare ad apprezzare l'altro, ma non lo facciamo. Oppure dovremmo disprezzarci, ma neppure questo facciamo. Il mio amico Giampaolo Proni dice che per capire Rimini fino in fondo devi esserci nato e cresciuto. Devi aver condiviso dei passaggi di iniziazione. Come in certe tribù dove i riti non sono scritti, ma se non li conosci rimani sempre fuori. Ecco, io mi sento sempre fuori. Ma le poche volte che la città mi dice vieni, entra, io rispondo diffidente: no, grazie. Così è come se non esistessimo l'uno per l'altra. Se non sulla battigia in queste mattine d'inverno dove il profumo del mare, il gelo dell'Adriatico, sollevano pensieri d'affetto. In fondo non detesto questa città detestabile. E forse neppure lei è indifferente a questo figlio illegittimo che si ritrova tra i piedi. Siamo entrambi abbastanza cosmopoliti per accettare il provincialismo una dell'altro.
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