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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
I relatori sono africani. E per parlare d'Africa dovrebbero essere una garanzia sulla serietà del seminario internazionale per operatori della comunicazione dal titolo Le Comunità dentro le Comunità. Democrazie ed Etnie in Africa che si svolge a Riccione il 4 e 5 giugno. In più l'Associazione Ilaria Alpi mette a disposizione 12 borse di studio per permettere ad altrettanti giornalisti, sette free lance e cinque residenti in Emilia Romagna di partecipare gratuitamente. Viva il coraggio di parlare dell'Africa dimenticata.
Non so se Riccardo Lagorio sia il massimo esperto di De. Co., ma, dopo l'indimenticato Luigi Veronelli, è quello che ci ha creduto più di tutti. Segnalo volentieri il fatto che finalmente abbia un sito: www.denominazionecomunale.it
Diffidate dalle imitazioni, che, devo dire, sono tantissime.
Ma come? Tu che sei così di sinistra vai alla Fiera del libro invece di protestare per la presenza di Israele? Non è che così dai ragione alla destra visto che Fini ha detto che è più grave bruciare la bandiera di Israele che ammazzare un ragazzo per strada a Verona?
Senza tanti distinguo e precisazioni che ognuno sa e può farsi da solo, quelle qui sopra sono alcune delle cose che mi sono state scritte in privato dopo che ho detto che andavo a Torino. Se ne potrebbe scrivere per giorni senza tirare fuori un ragno da un buco. Mi sembra persino superfluo ricordare che la pace, se mai ci sarà, in Medio Oriente sarà possibile solo con due nazioni: Israele e stato palestinese. Che il potere costituto di nessuna delle due entità oggi ha la mano leggera nei confronti dell'altra. Che gli israeliani sono più forti, più ricchi, più armati e quindi pestano più duro. Che questo non è un buon motivo per boicottare un paese e la sua letteratura. Che destra e sinistra se ne fregano di israeliani e palestinesi che sono lontani dall'Italia e ognuno usa la questione per cose che col Medio Oriente non c'entrano nulla. Credo nei libri, molto più che nelle bandiere, di cui m'interesso poco, sia che sventolino, sia che brucino.
Se alla Fiera del libro di Torino sabato vedrete un signore perduto tra la folla accompagnato da un bambino con un braccio ingessato al collo, siamo io e mio figlio Ludovico (il gesso non è un vezzo infantile: è il frutto di una frattura di polso e spalla). Fuori parcheggeremo un'auto che mi hanno prestato con dentro una bicicletta Umberto Dei che mi hanno regalato. Tutto questo per dire che vado a Torino, non con mezzi di fortuna, ma con la fortuna della vita che ho, dei figli, degli amici.
A proposito di vite dei santi, sono imperdibili le pagine delle Ceneri di Angela che vedono il piccolo Frank McCourt costretto dalla pioggia a starsene chiuso il biblioteca dove legge le biografie di santi a dir poco improbabili. D'altra parte, come dice l'autore, peggio di un'infanzia infelice c'è un'infanzia infelice irlandese, poi, peggio ancora, c'è un'infanzia infelice, irlandese e cattolica. Un romanzo appassionante, anche per l'ottima traduzione di Claudia Valeria Letizia.
Non ho competenze sulla santità e probabilmente su quello che sto per scrivere dovrei stare zitto. Me lo dico da mesi, molti, di tacere. Praticamente da quando se ne parla. Ma a vedere la faccia di Sandra Sabbatini che fa capolino in questi giorni dai manifesti giubilanti sparsi per mezza Rimini, mi si rivolta l'anima. Così con l'anima in rivolta mi permetto di non farmi i fatti miei. Ho frequentato Sandra per un tempo abbastanza lungo, potrei dire che siamo stati amici. Diciamo a sufficienza per pensare che l'idea di essere sulla strada della beatificazione la farebbe morire dal ridere. A me immaginarla sulla strada di Padre Pio et similia mi fa inorridire, proprio pensando alla sua fede, che era onesta, credibile e discreta, ben lontana da quella che oggi viene scampanata sui manifesti. E questo, nella banale memoria di noi terreni, la rende molto più interessante che beata, santa o chissà cos'altro. Di Sandra vorrei si salvasse il ricordo, non il ricordino.
Detesto quello che è diventata la grappa: distillato tutto profumi e cuscini, nuance e coccole per il palato. Nemmeno fosse la cugina, peraltro povera, del Cognac. Se voglio sentori delicati e carezze cerco in Francia, nelle acquavite per signori. Mi piace invece la grappa cattiva, raschiante, ruvida, che sa di distilleria nascosta nel fondo umido, di freddo d'inverno, capace di scaldare gli animi e annegare i cattivi pensieri. Romano Levi nella piemontese Neive era forse l'ultimo dei distillatori da retrobottega con grappe dalle suggestioni violente, addolcite dalle belle etichette disegnate a mano. Con lui, se ne va un altro tassello minore di Novecento e, forse, scompare la grappa popolare, almeno quella della tradizione delle Langhe. Per uomini e donne, non per signorine e signorini. Alzando l'ultimo bicchiere è impossibile non pensare alla durezza poetica di certe pagine di Remarque e di Céline.
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18/06/2013 @ 8.12.59
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