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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
A lui, a Antonio Giolitti, s'intitoli una piazza a Milano (e una ovviamente a Torino), altro che a quello con la x nel cognome, come diceva Giulio Baldazzi Morra, papà del protagonista del mio romanzo La trota ai tempi di Zorro. Che nostalgia di un po' di socialismo. Anche solo nel dirlo. Nell'usare la parola.
La mattina per rigirarmi nel letto, alzarmi, preparare la colazione, leggere un paio di pagine prima di uscire e vestirmi mi ci vuole un'ora abbondante. Per uscire di casa alle 7,25 metto la sveglia qualche minuto prima delle sei. Poi vado in bicicletta in piazza dove arriva Giulia col bus e andiamo insieme a scuola. Ludo prosegue da solo. Il tempo di andare al mercato coperto e fare la spesa del giorno, il ritorno a casa, un caffè, un'occhiata ai giornali e sono le 9,30. Alle 12 smetto di lavorare. Preparo il pranzo, vado in tandem a prendere Giulia a scuola. Ludovico arriva a piedi. Mangiamo. Mentre mangio sbrigo la posta, approfondisco i giornali. Poi il pomeriggio una volta alla settimana faccio da vocabolario di greco per Giulia, un'altra volta di latino. I dizionari informatici non sono ancora all'altezza. Quest'anno ha la maturità. Giulia, per inciso, non vede. Se Ludovico, prima media, si ferma da me, mantengo aperta la porta della consulenza: mi spieghi questo? Non ho capito quest'altro... Nel frattempo scrivo. La sera leggo e ancora scrivo, a volte fine a tarda notte. Nei fine settimana presento i miei libri. Il giovedì insegno, un'esperienza incredibile, splendida. Il lunedì faccio il giornalino scolastico con i bambini del Ceis. Di tanto in tanto viaggio. Quasi sempre in treno. Dalla mia parte ho delle belle persone, molto pazienti.
Sono andato a vedere Avatar, mi ci ha portato mio figlio undicenne. Ero un po' recalcitrante perché era in 3D e io non sopporto quei fastidiosi occhialini che devo sommare ai già numerosi occhiali che porto nella vita per leggere, scrivere, guardare lontano, vedere vicino... Per un inconveniente tecnico (del cinema) ho avuto la grande fortuna di vederlo in due dimensioni e mi è piaciuto molto, nel solco delle pellicole per ragazzi, dell'intrattenimento ben fatto, delle storie con i buoni e i cattivi. Sono rimasto affascinato dal pianeta Pandora, ho tifato per i Na'vi, mi sono lasciato trasportare dalla storia... all'uscita Ludovico, mio figlio, che l'aveva già visto visto anche in 3D, ha detto che a due è molto più bello. Questa sì che è una grande rivincita del cinema, solcato dalle emozioni, non dagli effetti speciali.
Che cosa stai scrivendo? Mi hanno chiesto ieri in un fugace incontro per strada. Ci ho messo un secondo a per riavermi dallo stupore: quando scrivo mi sento in un altro mondo e ho la sciocca presunzione di essere invisibile. La storia di un pediatra in riva al mare, ho risposto. Dev'essere una persona in gamba. No, è uno stronzo incredibile, uno che nessuno vorrebbe come amico. Ecco, mi ascolto mentre lo dico e scopro che anch'io sto diventando un po' antipatico e spocchioso. I miei personaggi mi entrano dentro, mi cambiano l'esistenza, il modo di essere, in una sorta di autismo letterario davvero difficile da spiegare. Penso ad Arnaldo Scura, il meccanico di Umberto Dei, che la vita me l'ha cambiata in modo davvero radicale. Spero che Franco Botteghi, protagonista di questa nuova storia affacciata sull'Adriatico mi permetta, una volta finito il libro, di abbandonare il suo cinismo senza appello. E di tenere, magari, tutte le belle persone che gli girano intorno.
A Rimini ha nevicato ormai tre giorni fa. Tutto bianco, al mare e in città, è stato bello. Poi ha gelato, ghiaccio per strada. Il comune di Rimini non ha chiuso le scuole, non ha detto che per un giorno ci si può anche fermare che non muore nessuno, anzi si sta tutti a casa che si ragiona un po' della vita. No, ha mostrato i muscoli al maltempo: 26 spazzaneve in azione e 30 tonnellate di sale per strada. Nel giro di poche ore qualsiasi automobilista poteva spostarsi dignitosamente sulle vie principali (e giocare a birilli in quelle secondarie). Per almeno due giorni piste ciclabili e marciapiede sono stati per lunghi tratti lastroni di ghiaccio e anche adesso quel che si è sciolto lo si deve più al sole che al comune. La prossima volta, per piacere, qualche chilo di sale anche per chi non usa la macchina, grazie.
Ma se ti prende un brutto male cosa te ne fai della critica alla medicina?
Confesso che a volte mi sorprendo a chiedermelo, ma l'altro giorno me l'ha domandato un'amica dopo aver letto quello che ho scritto sull' ossessione della salute. Una persona che ha perso il proprio compagno, martoriato fino all'ultimo dai tentativi di tenerlo in vita. Una risposta pubblica è una confessione, toglie un peso.
Beh, credo che nessuno sappia davvero cosa farà di fronte alla durezza di una malattia di quelle che possono condurre alla morte. Ecco, io non so cosa farò davvero, ma so cosa vorrei fare: non curarmi, al diavolo le chemioterapie e altre cose che fanno a pezzi l'anima e il corpo, se si deve finire che si finisca. Se anche dovessi andarmene adesso sarei più che soddisfatto della vita che ho avuto, molto ma molto di più di quello che mi sarei aspettato. Però vorrei andarmene senza soffrire, accompagnato. Da sano, nella vita di tutti i giorni non ho bisogno di nulla per affrontare la quotidianità, nessuna sostanza, nessuna medicina. Un bicchiere di vino ogni tanto per la malinconia, l'aspirina per il raffreddore. Se mi ammalo aspetto che passi. Se ho dei malesseri più seri preferisco evitare indagini, meglio non sapere. Se dovessi prima o poi scoprire di avere un male definitivo, nessun ospedale, ma una fumeria d'oppio. Lì steso, in attesa della fine, in compagnia del miglior antidoto alla vita che sia mai stato inventato. Me ne andrei fumando, dimenticando il dolore, scrivendo una lettera ai miei figli su tutti i motivi per cui vale la pena di vivere. E di farlo fino in fondo come si vuole. Alla fine costerei a me, al mondo, alla collettività molto meno di tutte quelle cure invasive, estreme, continue, estenuanti che spesso vengono perpetrate in nome della salute.
Alberto Schiavone è uno scrittore esordiente, giovane, dall'apparenza disincantata, dal pensare (fintamente) cinico, dallo scrivere rapido. Il suo libro, La mischia, è uscito per Cult, la giovane (pure lei) casa editrice fiorentina dei miei ultimi due romanzi. L'ho letto nel tempo di una partita di calcio, perché di pallone si parla, trovandolo un romanzo malinconicamente cattivo, di quelli che la bocca ti resta amara all'ultima pagina. Gianni Mura, poeta epico del calcio italiano, ha inserito autore e romanzo tra i cento nomi dello sport del 2009, il suo libro, dice, è uno dei migliori a sfondo sportivo.
Sono molto contento di affiancare Alberto Schiavone (oltre che scrittore libraio e magazziniere di libri) nella presentazione de La mischia venerdì 5 febbraio alle ore 21,00 alla libreria Indipendentemente Interno 4 (piazzetta Di Duccio, dietro piazza Malatesta) a Rimini. Non fate i pigri a causa del freddo, se siete a Rimini fate un salto.
Un uomo (e una donna pure) si riconosce dalla sua libreria. Quando vado a trovare persone che non conosco imparo sempre a capirle un po' di più attraverso i volumi che espongono in casa. La mia biblioteca è figlia un po' orfana di venti traslochi (tanti ne ho fatti nella vita), di separazioni eque (credo) di libri, del piacere che provo a prestare gli scritti più belli a troppi amici che, proprio come me, hanno scarsa memoria. Allora ho cominciato a mettere mano a una libreria virtuale, su Anobii, dove inserisco ogni tanto, in ordine sparso e casuale, i libri che ho letto nella vita. Così almeno avrò l'elenco più o meno completo se non gli oggetti da riprendere in mano. Sono agli inizi, troppi volumi ho ancora da inserire, ma già lo sento, un poco, il luogo dove si specchiano le mie passioni, gli amori, le paure, le inquietudini, i desideri. Mi piacerebbe trovare un posto dove fare la stessa cosa con i film.
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22/05/2013 @ 3.59.38
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