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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Giovedì 10 maggio, alle ore 21,00 presentazione del mio romanzo Barafonda al Tannino Wine Bar di San Marino, in via della Cella Bella, 39.
English abstract: a new presentation of my last novel Barafonda in the Republic of San Marino. The meeting is in Tannino Wine Bar, on Thursday May 10, at 9,00 p.m.
Poi passa il ponte sul Ticino e guarda di sotto e dal Fiume Azzurro sale una nebbiolina cattiva. È lì che ci pensa la prima volta. È lì che decide: Non ho il coraggio, si dice, di vivere ancora. Meglio buttarsi nel lago.
Così dopo il ponte svolta verso Angera. Arriva all'imbarcadero, parcheggia l'auto. Fende la nebbia con gli occhi, li stropiccia appena, fruga nella tasca del giaccone e accende un sigaro, un Toscano. Guarda la fila degli imbarcaderi, lingue di legno verso il lago. Scruta tra le barche, aspira forte il fumo. Si rivede ragazzo su quel lago, sul Maggiore. Gli passano i sogni davanti agli occhi e sente che lì, nel lago, può anche chiudere tutto....
Ma tu non sei il Tenti, il figlio dell'Alberto?
Gino si gira e vede due occhi scuri che lo scrutano da sotto il cappuccio di un Eskimo verde. Cerca di capire, fa un rewind della memoria e... Il signor Marco, Marco Erbisti, l'amico di suo padre...
Signor Erbisti! quasi grida per l'emozione.
Sei qui per l'apertura? domanda il vecchio.
L'apertura di cosa?
Della trota, benedetto figliolo, oggi è il 20 dicembre e sul lago Maggiore apre la pesca alla trota. Te ne sei dimenticato? Ne abbiamo fatte di aperture con tuo padre, ricordi? Tu sempre in piedi sulla barca a scrutare il lago, volevi sempre essere il primo a vedere il pesce abboccare...
Ma va ancora a pesca alla sua età?
Ci mancherebbe... È il lago che mi mantiene in vita.
Tratto da Un ombrello per le anguille, il mio libro di racconti appena uscito in libreria.
English abstract: this is a passage of my new book of short stories Un ombrello per le anguille (An umbrella for eels).
Lavoro non ce n'è più. Dopo la cassa integrazione non potremo più reintegrarla. È la crisi. Mi dispiace. È lapidario il dottor Casiraghi, Ernesto Casiraghi. Chirurgico, quando si deve tagliare bisogna farlo senza girarci troppo intorno.
Ma non eravamo in ripresa? Domanda Girolamo Tenti, Gino, ragioniere, impiegato in azienda da quasi trent'anni. Poi aggiunge tutto d'un fiato: io stesso ho visto i conti, si sta ricominciando a lavorare, possiamo farcela...
Possiamo farcela, ribatte Casiraghi, ma purtroppo dobbiamo fare a meno di lei. Le daremo un incentivo e poi è bravo, troverà un altro lavoro. Davvero mi dispiace, allarga le braccia e il sorriso.
Gino prova una replica: ma se dice che sono bravo...
Sì, ma fa il mestiere sbagliato, oggi abbiamo i computer per fare i conti. Se solo fosse un operaio, magari specializzato...
Ecco, quel se solo fosse un operaio Gino se lo sente ripetere nella mente per tutta la strada verso casa. Studia, gli aveva ripetuto fino allo sfinimento sua madre, non vorrai mica finire a fare l'operaio come tuo padre... Così aveva studiato da ragioniere, controvoglia, lui che amava la storia e la letteratura. Avrebbe voluto andare avanti, all'università. Ma i tempi non lo permettevano e aveva trovato subito impiego nell'azienda del cavalier Casiraghi, Amilcare, il padre del dottor Casiraghi, quello che stamattina l'ha licenziato. Erano passati nel tempo da diverse produzioni meccaniche ma a lui, a Gino, importava davvero poco. Teneva i conti e li teneva bene. Se almeno fosse stato un operaio...
Tratto da Un ombrello per le anguille, il mio libro di racconti appena uscito in libreria.
English abstract: this is a passage of my new book of short stories Un ombrello per le anguille (An umbrella for eels).
Venerdì 4 maggio, alle ore 18,00, alla Libreria Feltrinelli di Rimini (vicino all'Arco di Augusto) presentazione del mio ultimo romanzo Barafonda insieme allo scrittore Piero Meldini e al critico Paolo Vachino. È la prima presentazione pubblica importante, non solo tra amici, nella città dove il romanzo è di fatto ambientato (anche se Rimini, nel testo, non è mai citata). Ed è anche la città in cui, magari un po' svogliatamente, vivo. Insomma, non nascondo un po' di emozione.
English abstract: a new presentation of my last novel Barafonda in Rimini. The meeting is in Feltrinelli bookshop, on Friday May 4, at 8,00 p.m.
Grande presentazione a Milano, il 2 maggio, al Mondadori Multicenter di via Marghera, 21, alle ore 18,30. Il giornalista Gino Cervi mi accompagnerà in un viaggio tra i miei tre libri di antropologia del gusto pubblicati con Guido Tommasi Editore: Lungo il Po, I sapori della Terra di Mezzo, Il paese dei Ghiottoni. Con letture tratte dai tre volumi curate dalla scuola di teatro Paolo Grassi. Se siete a Milano non mancate.
English abstract: a great presentation of my travel books: Lungo il Po (in the Po river valley), I sapori della Terra di Mezzo (in the Lomellina area, Milano countryside), Il paese dei Ghiottoni (written around the Montefeltro area, following the great italian writer in XX century, Fabio Tombari). The meeting is in Milano at Mondadori Multicenter bookstore, on wendsday May 2, at 18,30 p.m.. With me the journalist Gino Cervi.

Sei svenuto Franco, risponde Jelena sorridendo e io quel sorriso non lo sopporto. Davanti a uno che sta male dovrebbero essere vietate quelle espressioni compassionevoli che solo le donne sanno avere. Mi fanno andare in bestia, ma non ho la forza per arrabbiarmi. Sento Marina che risponde dall'altra sedia: sei svenuto durante il pranzo di Natale, papà. Ti ho portato in ospedale col furgone e ho riaccompagnato a casa Ernesto e Lucia... Già, il pranzo di Natale, quella sorta di pranzo di Babele, quel mescolare zenzero e lasagne... Ricordo, piano piano, il chiasso, la gente, lo schifo di tutti quegli odori di cibi orientali. Vorrei svenire di nuovo. Ma non qui. Non voglio stare in ospedale. Marina, aiutami, dico radunando tutta la voce possibile, aiutami a vestirmi, voglio andare a casa.
Ma Franco... Sento Jelena, le chiedo di farsi preparare le carte: voglio andare a casa. Ma papà stai male. Ma Franco stai male. Due donne insieme sono una vera disgrazia. Cambio idea, mando Marina dai medici, ho paura che Jelena parli male l'italiano, non si faccia capire. Marina cerca di opporsi, allora mi siedo sul letto, metto le gambe a ciondoloni, inarco la schiena e le guardo con tutta la forza che posso avere: io qui non voglio stare, portatemi a casa. Ma i medici non hanno capito che cos'hai.
Meglio, così non pretendono di curarmi.
Papà!
Figlia, ti ho forse impedito di andare a vivere con quel morto di fame che costruisce violini?
Marco, si chiama Marco.
Ecco, non ti ho aiutato allora?
Sì, perché era quello che volevo.
Andare a casa è quello che voglio io.
Ma stai male.
Anche tu non stai benissimo con quello spiantato.
Ma cosa c'entra?
Signor Botteghi, stia tranquillo... Sento una voce che non conosco, mi giro verso la porta, è il medico di turno che arriva assieme a Jelena.
Mi prepari le carte per uscire...
Sarebbe meglio per lei restare qui, ha perso conoscenza, vorremmo tenerla sotto controllo, farle degli esami...
Lasci stare, sto benissimo.
Non mi pare.
Non mi rompa i coglioni, tanto più che se lei è di turno a Natale vuol dire che in questo ospedale non conta davvero un cazzo.
Papà! Franco! Alzano la voce le due donne, una più severa dell'altra, bell'accoppiata, mi mancava l'alleanza delle valchirie.
Il medico prima rimane interdetto, poi si aggiusta gli occhiali, mi guarda sprezzante: vada pure, a suo rischio e pericolo.
Non corro maggiori pericoli che a stare qui.
Ma papà, il medico è solo preoccupato per te, forse fare qualche analisi ti gioverebbe.
È vero Franco sei così sciupato ultimamente.
Chiunque a vivere come me si sciuperebbe. E poi verrebbero fuori i soliti parametri sbagliati, il colesterolo, le transaminasi e altre cazzate, mi direbbero di non bere, di non mangiare, di non fare questo e quello. Lo so da solo come sto.
Magari potrebbero curarti...
Sì, la pillola per la pressione alta e altre cose che devi andare ogni mese a farti prescrivere dal medico, quindi dovrei avere un medico e fare la fila. O magari dei farmaci che il servizio sanitario non passa così per curarmi dovrei pure trovare dei soldi. E poi? A cosa servirebbe? A campare un anno in più? Un giorno? Un secolo? Non ho bisogno di niente io Marina, soprattutto non ho bisogno di cure.
Tratto da Barafonda, il mio ultimo romanzo.
English abstract: this is a passage of my last novel Barafonda (Barafonda is the name of a quartier in a small town near Adriatic coast). This book is in Italian only. Foreign translation rights are available here.
Adesso gli aerei passano quasi tutti i giorni, e la ferrovia e la stazione le colpiscono almeno una volta la settimana. L'unico costretto ad andare in stazione è Zio che dirige i treni con l'elmetto e ogni sera ci racconta che di casa nostra c'è sempre un pezzo in meno. Della ferrovia poi non ne parliamo. Un giorno mi dice che hanno sospeso i treni per Ferrara. Non sappiamo se per dopo l'estate riusciremo a farli ripartire. Ormai viaggiano solo fascisti e tedeschi. Ci sono persino i carri con le mitragliatrici contraeree, ma la gente, quella non riusciamo più a portarla in giro. Non è colpa tua, gli dico. Mi sembra così affranto dall'andare a pezzi della ferrovia, della sua ferrovia.
Sì, un po' lo è colpa mia, dice. Dovevamo capire prima.
Capire cosa?
Chi era Mussolini e dove ci avrebbe condotto. Chi era certa gente. Remo ha arrestato dei ragazzi che non volevano partire per la leva. Li hanno impiccati in stazione. Processati all'istante. La sentenza emessa da Remo e da quel caporale tedesco che parla italiano, Kraus. Hanno discusso davanti all'ufficio se fucilarli o impiccarli. Ragazzi, poco più grandi di voi... E piange Zio mentre ci guarda: io, Nicola, Bechi che per fortuna è una ragazza e non dovrà partire soldato. Remo ha detto: impicchiamoli. Che restino d'esempio davanti alla stazione. Adesso ci sono quattro ragazzi appesi alla finestra della cucina. Non quella che dà sulla mitraglia. L'altra, quella affacciata alla strada. E un cartello con su scritto: banditi. Che schifo. Siamo noi che non abbiamo capito. Remo bisognava denunciarlo quando ha iniziato a fare la borsa nera al casello. Invece noi a comprare da lui.
Su Pompeo, gli dice il Turco, ci fumi sopra. E tira fuori da una tasca un portasigarette che direi d'argento. Sigarette vere. Sì, francesi, di prima della guerra. Ne ho una, dividiamo a metà.
Anche lei Turco, con le sue sigarette, il suo caviale! È anche colpa sua! Zio si mette a gridare e con una spinta allontana il Turco.
Lo so, è dura per tutti, gli dice lui sorridendo e accendendo la sua metà. Zio impreca, urla. Mamma dice, uscite ragazzi, andate fuori.
Stiamo per uscire. Io vorrei sentire. E invece sentiamo degli spari. Stanno sparando. Dove? Al ponte forse? Di là del Po. No, in paese. No, alla stazione. Che si fa? Usciamo davanti alla casa e non riusciamo a capire da dove vengono i colpi, ma sono raffiche e forse bombe. Non sono gli aerei. Meglio stare svegli stanotte. A turno, dice il Turco. Ed è il mio turno quando sento chiamare: Turco! Turco! Faccio per andarlo a svegliare, ma lui è già davanti alla porta con una roncola in mano.
Chi è là?
Amici.
Amici chi?
Sevruga.
E Beluga... Chi siete?
Girolamo Grandi, aprite per l'amor di Dio.
Chi?
Il garzone, aprite.
Il Turco apre e la faccia del garzone è quella sudata di sempre, anche perché è estate e lui indossa una giacca di panno. Sul bavero il solito distintivo. No, perdinci, un altro distintivo: una falce e un martello, appoggiati su un libro. Al collo un fazzoletto rosso. In mano, in mano... Ha un fucile mitragliatore. Entrate compagni dice scansando il Turco.
Che state facendo? Chiede il Turco. Per tutta risposta si trova davanti quattro uomini armati. Chi siete? Domanda.
Andrea! Enrico! Esclamo io incredulo.
Conosci questa gente?
Tutti si sono alzati dai pagliericci.
Sì, rispondo, sono Andrea Cavicchi e suo fratello...
Zitto, mi dice il garzone. Niente nomi. Adesso io sono il comandante Sevruga delle Brigate Garibaldi...
Ride il Turco, di cuore, incurante delle armi e delle circostanze. Non riuscite proprio a togliervi il caviale dalla testa! dice.
Zio bestemmia. Chi siete? Cos'è questa pagliacciata?
Siamo combattenti per la libertà, risponde Enrico.
E venite qui a combattere? Domanda il Turco.
Abbiamo un problema. Abbiamo fatto un'azione di sabotaggio alla ferrovia.
Anche voi! Protesta Zio.
Sì, ma siamo stati intercettati prima dai fascisti. C'è stata una sparatoria un nostro compagno è morto...
Un nostro compagno di scuola? Chiedo io ad Andrea.
No, no, un compagno di lotta, risponde lui.
Adesso ci cercano, dovremmo attraversare il fiume, solo lei Turco può aiutarci.
Ah, siamo passati al lei...
Ero costretto, sa il lavoro... Ma adesso faremo una nuova Italia... Poi sottovoce avvicinandosi al Turco: e quando tutto sarà finito diventerò l'unico importatore di caviale del Volga... Pensi, ho l'informazione quasi sicura che anche Stalin apprezzi il beluga imperiale... Poi, rialzando la voce: abbiamo un altro problema.
Quale?
La macchina.
Che macchina?
La mia Lancia Ardea, l'abbiamo abbandonata sull'argine.
Bravi coglioni, sbotta il Turco. Volete farci fucilare tutti? Andiamo alla macchina e buttiamola al fiume per cominciare, per il resto vedremo. Lei Pompeo tenga a bada la casa, usi questa se occorre.
E Zio rimane muto con la roncola in mano. Io li seguo. Vattene, dice il Turco. Non lo ascolto. Andrea, ma che hai fatto?
Adesso mi chiamo Nessuno.
Come?
Nessuno, come Ulisse. Ho scelto, Nello.
Cosa hai scelto?
Da che parte stare. Anche tu dovrai scegliere da che parte stare...
Tratto dal mio romanzo La signora del caviale. La nuova edizione è da poco in libreria.
English abstract: this is a passage of my novel La signora del caviale (The lady of the caviar). In Italian only. The foreign rights are available here.
L'anguilla è un serpente, non è un pesce... Dice nonna scuotendo la testa. Anche dopo giorni fuori dall'acqua non muore mai. Una volta tuo nonno ne ha portata a casa una che sembrava un anaconda, è sgusciata fuori dal cestino ed è andata a nascondersi sotto il letto... Ci abbiamo messo mezza giornata a riprenderla, sguillava da tutte le parti...
Cosa faceva?
Sguillava, così si dice dell'anguilla quando scivola... Eppure lui, tuo nonno, per mangiarla in umido faceva una malattia... E non c'era brutto tempo che tenesse. Aspettava la fine dell'estate con impazienza, attendeva sempre che l'aria portasse l'autunno, che il mare cominciasse a ruggire, il vento a turbinare le foglie e il fiume a gonfiarsi e a rutilare a valle rami, terra e schiuma... Allora lo vedevi sorridere. Mica gli importava che fuori piovesse, si calcava il cappello, il pastrano, accendeva il sigaro e usciva, in una mano il retino e nell'altra l'ombrello. Quello lì è l'ombrello per le anguille...
Tratto da Un ombrello per le anguille, il mio libro di racconti appena uscito in libreria.
English abstract: this is a little passage of my new book of short stories Un ombrello per le anguille (An umbrella for eels). In Italian only. Sorry.
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26/05/2013 @ 7.53.44
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