Michele Marziani appunti di viaggio Logo
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Michele Marziani (del 03/04/2007 @ 00:01:34, in Viaggio lungo il Po, linkato 917 volte)
Sto scrivendo due libri intorno al più grande fiume italiano. Uno è un romanzo, l'altro una specie di viaggio enogastronomico. Bene, questo viaggio, già tracciato in tante scorribande via terra, ho deciso di farlo anche in barca, dal 25 maggio al 10 giugno di questo strano 2007. Sto mettendo insieme le cose che servono: informazioni, idee, persone da incontrare, compagni di avventura, un natante, meglio un house boat, magari uno sponsor tecnico (uno che mette a disposizione la barca sarebbe perfetto, mica di più). Ovviamente, ogni tappa del viaggio sarà on line. Dal Delta all'Emilia con un sguardo alla Lombardia. Allo sbarramento di Isola Serafini si torna indietro, forse anche prima. Chi ha voglia di darmi una mano, un consiglio, l'indirizzo di qualcosa o di qualcuno da scoprire, una pacca sulla spalla, un brindisi benaugurante può scrivermi: michele@michelemarziani.org
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Di Michele Marziani (del 03/04/2007 @ 17:21:05, in Pesci&Acque, linkato 1041 volte)
Nei primi anni Settanta, quando ancora "di mestiere" facevo il bambino, l'Ovesca era il torrente dei miei sogni. Ricco d'acqua e di trote solcava la valle Antrona, una delle più belle e ignote vallate dell'Ossola, in Piemonte, nell'alto novarese. Aspettavo con ansia i mesi estivi quando potevo recarmi in vacanza in quello che allora era un vero angolo di paradiso: montagne incantate, boschi ricchi di funghi, il latte appena munto che lasciava i baffi di panna, il camino sempre acceso e, soprattutto, le trote dell'Ovesca. Tante, belle, fario e iridee coloratissime da pescare nei sottoriva durante il periodo del disgelo o nelle belle buche d'acqua trasparente una volta sciolte le nevi. Ho pescato sull'Ovesca e sui suoi piccoli e nascosti affluenti, tutte le estati fino al 1978. Ho imparato a conoscerlo, sono diventato un "bravo" pescatore, ho catturato decine di pesci bellissimi in un torrente a pochi passi da "casa". Uscivo dalla baita di famiglia - "Casa Marziani" in quel di Pra Bernardo, piccolo agglomerato di case, un tempo villaggio di minatori - scendevo a piedi fino a Madonna e... mi infilavo nel torrente. "Casa Marziani" c'è ancora, ho ricominciato a frequentarla nel 1990, ogni anno. E pure l'Ovesca c'è ancora: ogni anno più triste, ogni anno più povero d'acqua. Tra le storiche centrali dell'Enel e le centraline private, oggi lungo il corso del torrente (una dozzina di chilometri in tutto) e dei suoi affluenti si contano almeno una decina di punti di captazione. Aggiungete la "naturali" alluvioni di questi anni, la progressiva scomparsa dei ghiacciai e qualche scarico industriali nella parte terminale e immaginate che torrente è rimasto oggi. Eppure le trote ci sono, sia per le immissioni di novellame da parte dell'Avpmo un tempo (e della Fipsas oggi), sia per la caparbia capacità riproduttiva delle marmorate locali. Dal 1990, ogni anno, con il ricordo del mio torrente dei sogni, sono sceso nell'Ovesca a pescare, cercando soprattutto posti con un po' d'acqua e pesci degni - per dimensione - di questo nome. Ogni anno ho visto un torrente sempre più triste, affannato, povero d'acqua. Ho sempre dato la colpa all'annata particolarmente siccitosa, all'alluvione di qualche anno prima, a... Volevo coltivare il mio sogno e il mio ricordo. E scendevo, sempre più verso valle alla ricerca di qualche bel pesce. Alla fina, la zona che dava più "frutti" era quella di Villadossola, il fondovalle cittadino. C'era un bel tratto a monte del paese dove, con fatica si prendeva qualche trota, anche con punto sui 40 cm. E, per chi ci va tutto l'anno, sorprese superiori al chilo (personalmente una sola). Quest'anno il tratto di torrente in questione è poverissimo d'acqua, massacrato dagli ennesimi prelievi. A valle c'è il paese, con il campo di gara: una media di due gare al mese, più prove varie durante la settimana. Immissione continua di trote adulte. Finché non le prendono tutte ci sono solo loro. Metti e pesca. Paradossalmente è la zona più frequentata dai pescatori (ovviamente dopo le gare). Quest'anno l'unica zona con l'acqua e un po' di pesci era a valle di Villadossola, fino alla confluenza con il Toce. Il torrente è bello, ci sono molte trote, soprattutto marmorate di piccola taglia (roba sui 27-28 cm.; non si possono trattenere perché la misura è 35, però escono da tutti i buchi), ma si pesca sotto la superstrada, di fianco ad uno scarico industriale, a due passi dalla zona industriale, sotto ai cavi dell'alta tensione e al ponte della ferrovia. Altro che luogo dei sogni della mia infanzia. Più in su, fino in cima alla valle, l'acqua è sempre poca, pochissima. Nulla rispetto a quella dei miei dieci anni. Ho deciso che sogni e ricordi non bastano più: non pescherò mai più nell'Ovesca, in questo Ovesca distrutto e martoriato da altri interessi, sempre più "importanti" del fiume che mi ha fatto felice quand'ero bambino. Un fiume che posso raccontare ai miei figli come nella canzone di Guccini il "Vecchio e il Bambino": io parlo dell'Ovesca di un tempo, ma loro vedono sassi e un filo d'acqua che scorre a fatica. Purtroppo quella dell'Ovesca è una storia che ognuno di noi potrebbe raccontare, semplicemente cambiando nome al torrente...
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Di Michele Marziani (del 04/04/2007 @ 17:24:11, in Pesci&Acque, linkato 1550 volte)
Appena comincerà a scaldarsi un po' l'acqua comincerà la stagione vera della pesca alla trota. Finora sono andato solo due volte: in torrenti di fondovalle dove sono state immesse le solite trote adulte per l'apertura. Dalla prossima uscita me ne andrò altrove, nel silenzio dei riali e dei fossi dell'Appennino. Lontano dal caos dei fondovalle, dalle trote d'immissione, dalle zone regolamentate, dai no-kill (se voglio rilasciare il pesce lo decido io), dalle riserve più o meno turistiche. Andrò dove si corre il rischio di non prendere niente, ma dove una trota è in grado di dare la felicità. E anche un cappotto ha un sapore diverso. Qualcuno si chiederà: ma come? Non sei tu che hai scritto per tanti anni della necessità di creare zone di pesca più o meno turistiche e immettere trote adulte? Sì è vero. E lo penso ancora. Le zone dove ci sono le trote immesse hanno senso, sono importanti perché sono una valvola di sfogo, una possibilità di stare in compagnia, di divertirsi, di dare un'occasione di cattura a tutti. Però, a livello personale, non mi interessano più. Ne ho prese tante di trote così che ho voglia di andare a cercare dell'altro. Una pesca più semplice, più naturale, anche se più difficile. Ho voglia semplicemente di gironzolare per fossi, riali e torrentelli. L'essenza della pesca alla trota credo si possa trovare solo lì: nel silenzio e nelle difficoltà d'incontro con pesci selvatici e selvaggi. Non dico naturali, perché spesso si tratta di salmonidi nati da scatole Vibert o immessi allo stadio di avannotto. Dico però pesci veri, di quelli che se ne infischiano se voi siete lì per pescarli, se volete fare il cestino, se avete voglia di vedere la canna piegata. Esistono ancora trote e torrenti come questi? Sì, ce ne sono tantissimi. Soffrono dell'incuria dell'uomo, a volte del bracconaggio, oppure della penuria d'acqua, ma esistono. Nell'Appennino a cavallo tra le Marche, la Toscana e la Romagna, i luoghi dove per vicinanza geografica mi reco a pescare più spesso, ci sono decine e decine di corsi d'acqua dimenticati, scarsamente frequentati, quasi sconosciuti, dove si prendono trote cresciute sul posto, bellissime, con pinne perfettamente sviluppate. Pochi esemplari da sogno che ripagano di qualunque fatica. Eh sì, perché pescare in questi luoghi non richiede grandi capacità tecniche, da "campione". Semplicemente richiede fatica. Si tratta quasi sempre di posti da raggiungere a piedi, facendosi lunghe scarpinate. Ma poi siete lì, lontano dal mondo, dove potete incontrare l'istrice o vedere qualche ungulato abbeverarsi al fiume. All'alba il freddo si fa ancora sentire e intorno tutto sembra sospeso nell'aria frizzante del mattino. Siete qui per pescare, ma è ancora presto. Lanciate ugualmente il vostro rotante (basta un semplice cucchiaino rotante per prendere le trote) e risalite il corso del torrente, passo dopo passo, pozza dopo pozza. "Non c'è niente...", direbbe buona parte dei pescatori frettolosi. Voi resistete. Lanciate, fate passare l'esca ai margini di una buca scavata nel sottoriva ed ecco uscire dal nulla un missile, un'ombra, una trota! E' un attimo, un secondo, dovete ferrarla, cominciare la lotta, ma non riuscite a muovervi tra la vegetazione. Vi piegate, la portate a riva inciampando sui rovi, riuscite ad afferrarla. Ecco la vostra preda: sfilata, magra, con la testa grossa e le pinne lunghissime, i bollini rossi appena accennati. Un colpo secco sulla nuca, non si può far soffrire un pesce così. La guardate ancora un attimo e la mettete nel cestino. A sera, ne porterete a casa tre, quanto basta per arrostirle e godere di una carne inimitabile. Assieme alle fario porterete a casa sensazioni e ricordi indimenticabili. Sentirete i muscoli tirare come dopo qualche partita di calcio giocata da bambini. Apprezzerete il calore del bicchiere di vino rosso che vi serviranno al primo bar sulla via del ritorno. E riderete anche voi quando vedrete la cameriera sorridere dei vostri capelli arruffati: avete finalmente tolto il cappello, siete usciti da una grande e indescrivibile avventura. Incontrerete altri pescatori. Quelli che si lamenteranno perché non hanno seminato abbastanza e anche quelli capaci che mostreranno le loro prede grasse e spinnate, fino a ieri cresciute in vasca. Non mostrate le vostre, forse non le capirebbero. Cominciate solo a sognare un altro fosso e un'altra avventura. Dobbiamo tutti fermarci un attimo e cominciare a ridare un po' di poesia alla pesca e a quella alla trota in particolare. E la tecnica? L'attrezzatura? Non ci vuol nulla di molto costoso per prender le trote: una canna che lanci bene artificiali leggeri, un mulinello con l'archetto che si chiude al primo colpo, del filo che non si imparrucchi, un po' di rotanti del n. 1 e 2 (da 3 a 6 gr, milligrammo più, milligrammo meno). Ci vogliono cose che non si comprano, s'imparano sull'acqua. Serve il mimetismo perché la trota vera ha paura di tutto e in particolare dell'uomo. Mimetismo che non significa vestirsi come un albero (che comunque non guasta...), ma avvicinarsi in silenzio, senza camminare nell'acqua, stando bassi e nascosti e compiendo movimenti estremamente misurati. Calma e precisione, come nelle discipline orientali. Bisogna saper leggere l'acqua. Capire dove vive la trota. E poi ci vuole allenamento. Nelle gambe per camminare a lungo in montagna. Nelle braccia e nell'occhio per lanciare con precisione estrema: un lancio sbagliato non ammette repliche. Cercate i riali dimenticati delle nostre montagne e perdeteci le vostre giornate. Se poi non prendete nulla fregatevene, succede a tutti. Ma non in posti così belli....
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Di Michele Marziani (del 05/04/2007 @ 17:27:31, in Pesci&Acque, linkato 910 volte)
Quando sono a pesca sul fiume non m'importa nulla della marca del mulinello o della lunghezza della canna... Mi siedo su un sasso, accendo una sigaretta, l'accendevo finché non ho smesso, guardo l'alba che esploderà tra pochi minuti e mi chiedo se prenderò pesci, se ho senso dell'acqua. Gia', il senso dell'acqua è l'unico "attrezzo" da pesca del quale mi preoccupo: la capacità di leggere il fiume e i suoi pesci. Che esista il senso dell'acqua non l'ho imparato sulle rive di fiumi e torrenti. No, l'ho imparato nei libri, in quelli che da ragazzo mi hanno fatto sognare, i libri di Mario Albertarelli.
Credo che esista una generazione di pescatori (e di sognatori) cresciuti leggendo le pagine di Albertarelli, l'unico scrittore di cose di pesca che sapeva mettersi in gioco, che non si accontentava, che sognava un mondo di acque pulite e di pesci veri.
Se per tanti anni ho scritto di pesca credo di doverlo anche alle belle cose che ho letto da ragazzino. Beh, oggi, sfogliando le riviste di settore, cercando tra gli scaffali delle librerie le ormai sempre più scarse pubblicazioni in materia, Mario Albertarelli mi manca. Mi manca la sua visione del mondo, il suo guardare lontano, il suo trasmettere sogni, sensazioni, passioni. Forse il mondo della pesca italiana si sta dimenticando un po' in fretta del suo unico giornalista sognatore. Mi piacerebbe però sapere che fine hanno fatto i pescatori cresciuti leggendo "A pesca coi campioni" o l'incredibile "L'amo e la lenza", romanzo autobiografico di Albertarelli dal quale ho imparato più cose di pesca che dai tanti manuali in tutte le lingue che ho letto. Oggi che i pesci sono di "plastica", costruiti negli allevamenti, i fiumi sono senz'acqua, la pesca sembra richieda attrezzature spaziali per essere praticata, mi piacerebbe sapere se la generazione Albertarelli resiste. In quanti siamo rimasti a preferire un cappotto preso sul Ticino alla ricerca di pesci che non ci sono più, rispetto a qualsiasi trota presa in un laghetto con tanto di sdraio sulle rive.
Senza retorica, ma è per questa pesca che vale la pena di darsi da fare. L'altra, quella dei laghetti patinati, merita di essere in crisi. Spero in una crisi irreversibile.
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Di Michele Marziani (del 06/04/2007 @ 17:36:11, in Pesci&Acque, linkato 1268 volte)
Pescare mi piace, tanto. Era, in parte lo è ancora, la mia passione. Ma la pesca, no, non mi piace più. Non mi coinvolge quell'immagine mezzo sportiva e mezzo avveniristica che in molti vorrebbero dargli. Mi infastidiscono i ragazzini con le tute delle società di pesca come fossero calciatori. Mi innervosiscono quando li vedo sulle sponde rasate di un laghetto, tutti in fila, con le canne di ordinanza, pronti alla competizione. E non amo neppure l'ipertecnologia dei pescatori di "carp", "cat", o che altro "caz"-fishing, che se non si accampano come marines non possono pescare. Che non sanno parlare in italiano. Perché, uno che "pesca le carpe" non prende nulla mentre se fa "carpfishing" vede un'abboccata dietro l'altra? E i moscaioli che sembrano usciti da un atelier specializzato in completi da merenda, che non lanciano se non hanno la coda di Hardy, il giubbino di Yoghi, e gli occhiali di Bubu? Già, tutti lungo un "no kill" di periferia a sognare di essere al parco di Yellowstone... Le pesche "moderne" mi annoiano, mi irritano. Mi fanno rimpiangere altri tempi, altri pesci, altre tecniche. La vigevanese, quella sì che e' una pesca che ho amato, che avrei voglia di ricominciare a fare. La vigevacooosa? Ok, calmatevi, non sono più giovanissimo. Sedetevi e... C'era una volta... Cominciano così tutte le favole che si rispettino. E anche quella della pesca alla vigevanese è una favola di altri tempi. È la storia ricca di fascino di una tecnica nata sul tratto piu' bello del Ticino - quello di Vigevano - per andare a caccia delle grosse marmorate del fiume Azzurro. Oggi il Ticino ha perso quasi tutte sue regine e la vigevanese riposa nella soffitta delle cose che non servono più. La mitica cobietta - la montatura a tre ami utilizzata per questa tecnica - viene conservata nella tasca del portafogli dove si tengono le foto dei propri cari. E qualche ex ragazzo del Ticino ogni tanto la tira fuori e la guarda con nostalgia. Esistono però ancora pochi irriducibili che tentano la sorte con questo sistema di pesca. Si avventurano sull'Adda e sul Ticino, nei torrenti di pianura della Lomellina e soprattutto nei canali irrigui dove ancora è possibile l'incontro con qualche trota di buona taglia. Si tratta di "cacciatori" impenitenti, recidivi, appassionati che sono disposti a sobbarcarsi una lunga serie di uscite a vuoto pur di sentire in canna la trota che attacca con violenza il pesciolino manovrato alla moda di Vigevano. Nessun'altra tecnica - neppure lo spinning - è in grado di far emergere l'indole aggressiva e predatrice delle grandi trote in maniera così spettacolare. Il colpo in canna dell'attacco del salmonide fa sobbalzare il cuore. Per pescare alla vigevanese servono davvero poche cose: canna, mulinello, cobietta e qualche pesce esca. Risolti però i problemi d'attrezzatura arriva il bello. Eh sì, perché pescare alla vigevanese richiede una mano che non si acquista in negozio e neppure alla prima uscita. L'azione di pesca consiste nel lanciare in prossimità della zona dove si presuma che la trota sia in caccia. Dopo pochi secondi in cui l'esca cade verso il fondo si recupera con la canna facendo compiere al pescetto una veloce spanciata di circa un metro. Quindi lo si lascia ricadere per poi recuperarlo nuovamente. Si tratta in pratica di un recupero con fughe rilasci continui. A guardarla, sembra quasi una danza nella quale l'azione della canna e il recupero del filo in eccesso con il mulinello devono trovare una sincronia perfetta, come due ballerini. Un lavoro di braccio per il quale bisogna fare un po' di pratica, fino a quando non si sente che si agisce in scioltezza. Poi occorre imparare non solo a capire dove stanno i pesci, ma come si muovono, come mangiano, come difendono il territorio... Insomma, bisogna pensare come una trota. E non come una qualsiasi, ma come una trota diventata ormai grande e abituata a difendersi da ogni insidia e a nutrirsi esclusivamente di pesciolini. Prontezza di riflessi, sangue freddo, senso dell'acqua e spirito romantico sono i principali ingredienti tecnici di questa pesca dal sapore antico. Un sistema dove contano solo la bravura del pescatore e la sua capacità di misurarsi con l'ambiente e i suoi abitanti. Questa è l'immagine della pesca che ho nel cuore. E i pescatori alla vigevanese sono i miei eroi: non ne ho mai visto uno con la tutina sponsorizzata.
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Di Michele Marziani (del 07/04/2007 @ 17:49:10, in Pesci&Acque, linkato 1362 volte)
Quell'anno, forse il 1975, l'apertura della pesca alla trota cadeva di marzo. Ed era un evento insolito, dettato dal fatto che l'ultima domenica di febbraio sarebbe stato senz'altro troppo presto per permettere alle trote di completare il ciclo riproduttivo. Per me fu una grande fortuna perché, una settimana prima dell'apertura neppure ero a conoscenza dell'esistenza delle trote. La mia famiglia si era trasferita da pochi mesi a Gozzano, paesino del Novarese famoso, forse, per le sue rubinetterie. Venivamo dal mare. La mia canna da pesca serviva a rimediare paganelli dalla palata del molo. L'inizio della scuola aveva assorbito tutti i miei interessi. La fine di febbraio però successe qualcosa: uscii di casa e decisi di entrare, non senza timore, nel negozio di articoli di caccia e pesca. Ne avevo ovviamente saggiato la vetrina nei giorni precedenti, sbirciato sotto le spesse lenti da bambino astigmatico (e ipermetrope) tutti i prodotti in mostra. Avevo notato che il negoziante sembrava simpatico e che a dare una mano, ogni tanto, c'era un ragazzino appena più grande di me. Entrai nel negozio portando con me la canna da pesca e avvertii il proprietario squadrarmi da cima a fondo, come per capire se potevo essere un buon investimento, mentre mi domandava con un sorriso cosa avessi bisogno. Alla canna da pesca diede solo un'occhiata distratta, al contrario di tutti quelli, in paese, che mi avevano guardato con curiosità durante il tragitto casa-negozio. Domandai che cosa e come si poteva pescare nei dintorni di Gozzano. Il negoziante mi spiegò con calma che la domenica successiva ci sarebbe stata l'apertura della pesca alla trota sul torrente Agogna. Mi disse che avrei dovuto fare la licenza di pesca e che, volendo, ci avrebbe pensato lui. Aggiunse che la mia canna, un po' corta, poteva comunque andare bene per iniziare. Mi diede delle indicazioni tecniche che si scolpirono nel mio cervello come i comandamenti: filo dello zerodiciotto sul mulinello, finale del sedici lungo venticinque centimetri, amo del sette, due olivette da montagna sulla lenza e un lombrico per esca. Acquistai tutto, compresi i lombrichi. Pensavo che i vermi i pescatori li dovessero andare a cercare nei campi, invece no, scoprii in quel pomeriggio di febbraio che si potevano acquistare in negozio, conservati nei barattolini dello yogurt. Non sapevo che le trote si pescano all'alba. Così alla prima apertura della pesca alla trota della mia vita – quel fatidico primo di marzo – mi recai sul torrente Agogna nel pomeriggio. Non avevo mai visto un torrente così da vicino e, soprattutto, non l'avevo mai visto d'inverno con il luccichio della luce riflessa, quasi gelida, con appena un po' di rossore di sfondo in prossimità del tramonto. L'acqua varia dal blu cupo al grigio, il freddo entra sotto l'eschimo e il berretto di lana. E' troppo fredda l'acqua, con i ghiaccioli pendenti dai rovi sulle sponde, per immaginare che possa viverci un pesce. Tutto intorno era un andirivieni di pescatori bardati di tutto punto, nella divisa tipica dell'apertura, con il passamontagna, gli stivaloni a coscia e il cestino di vimini. Io senza passamontagna avevo freddo, sull'altra riva alcuni pescatori avevano acceso un fuoco. Ma senza stivaloni sull'altra sponda non si poteva andare. E, a guardarmi bene in giro, non potevo andare quasi da nessuna parte. A sinistra vedevo una cascata ribaltare acqua schiumosa in una grossa buca. Davanti a me l'acqua scorreva lambendo la riva opposta dove scavava una profonda voragine di colore scuro, cupa, buia. Infilai sull'amo, alla meno peggio, il lombrico preso dalla scatola dello yogurt. Deposi la lenza all'ingresso della lama, dove l'acqua turbinava ancora, lasciai aperto il mulinello e la corrente si impadronì del filo fino a portarlo sotto alla caverna, alla voragine cupa che si apriva sulla sponda opposta. Fu un attimo. L'attimo che cambiò la mia vita. Sentii un colpo secco, poi un altro, tirai e avvertii dall'altra parte della lenza qualcosa di vivo, di guizzante, di… Non lo so. Fu a riva in pochi minuti. L'afferrai, la stesi su un sasso bianco, stavo sudando, non era più freddo. Era di un colore scuro, tra il grigio e il verde, con la pancia gialla e con alcuni stupendi puntini rossi che le adornavano i fianchi. Era una trota, la prima trota della mia vita. Sentii battere forte il cuore e una voce da dietro che si complimentava per la bella cattura. Era un pescatore adulto, grande, un "vero" pescatore. Così almeno apparve ai miei occhi. Mi spiegò che quella trota si chiamava "fario" e che quel giorno ero stato tra i pochi a prenderne una. Troppo freddo e troppi pescatori. Infilai il trofeo in un sacchetto di plastica e me ne tornai trionfante a casa, attraversando a piedi il paese e mostrando la trota a chiunque mi chiedessi notizie della giornata di pesca. Incontrai anche il Negri. Andavamo a scuola assieme ma non ci salutavamo neppure. Come figli di una regola non scritta io appartenevo a quella che allora si chiamava borghesia (seppur piccola), suo padre lavorava in fabbrica. Non potevamo aver niente in comune. Il Negri guardò la trota, mi fece cento domande, mi disse che né lui né suo padre avevano catturato nulla. Avevo soggezione, paura, dei compagni di scuola più svelti nelle faccende sportive come in quelle di pesca e di ragazze. Il Negri era uno bravo in tutte queste questioni. Arrivai a casa portandomi dietro anche la sua ammirazione. Stesi la trota su un piatto di portata, la lasciai in vista, raccontai all'infinito ai miei genitori quella giornata di pesca. Misi finalmente in frigo il pesce, ma qualcosa nella mia vita era cambiato. Non sapevo identificarlo, ma lo avvertivo. Quella notte non dormii, mi alzai decine di volte a vedere il pesce nel frigo e decisi: sarei diventato un pescatore di trote.
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Di Michele Marziani (del 08/04/2007 @ 17:51:35, in Pesci&Acque, linkato 1035 volte)
Scendo lungo un sentiero sempre meno segnato il crinale che porta al torrente. È un riale alpino, come tanti a nord est: acqua limpidissima, livelli ballerini a causa di sbarramenti e prese idriche varie...
Arrivare in fondo è già fare della strada. Ecco perché so che non incontrerò nessuno. Quando ero ragazzo, negli anni Settanta, qui ci si veniva all'alba, anzi con la torcia e il buio, per essere certi di arrivare per primi. Oggi qualsiasi ora è buona. Dove c'è da camminare e far fatica a pesca non ci va più nessuno. Il primo lancio lo faccio accovacciato di fronte ad una buca stretta e lunga, poco profonda, con l'acqua cristallina. Vedo uscire la fario, è piccola, riesco al volo a non farla abboccare. Le prime tre sono davvero piccine, da rilasciare, uno spettacolo di pinne e puntini rossi ovunque. Trote vere, trote del posto, pesci che non semina nessuno. Che ci sono perché qui le fario ci sono state sempre. Smetto di pescare, chiudo la canna: è inutile ferire trotelle e il catch & release non mi piace. Sapere di potere, o altrove dovere, liberare i pesci non mi libera la coscienza dall'inutilità di ferire una trota sapendo di poterlo evitare. Risalgo lungo i massi scivolosi, mi trattengo di fronte a promettenti correntine, guardo il bosco e la parete a picco sul torrente. Non c'è nessuno qui, non viene mai nessuno. I pescatori sono altrove. Qualcuno, sempre meno, lungo i fiumi nei posti dove si parcheggia l'auto dietro la schiena, si scende e si pescano pesci gettati il giorno prima. Magari nei no-kill, dove le trote vengono buttate copiose per la gioia di una masturbazione permanente: prendi e lascia, sempre gli stessi pesci, sempre più stressati. Altri pescatori, molti, si trovano lungo le sponde dei laghi a pagamento che sono dei parchi tematici dedicati alla pesca dove la natura è selvaggia come nei giardinetti della stazione.
No, non tutti i luoghi sono uguali, non tutti i pesci sono uguali. La pesca è altro. La pesca è qui, dove c'è il passaggio del capriolo sul fiume, dove vedo il verde bottiglia dell'acqua diventare cupo e rimonto d'istinto la canna, striscio dietro un masso, lancio dove l'acqua cade e fa la schiuma ed esce una fario nera, nervosa, piroettante che giunge a riva in tutta la sua possente bellezza. Trenta centimetri di puntini rossi e neri, un piccolo miracolo della natura. Un colpo secco alla nuca e via nel cestino. Finirà con burro e salvia. Cinque ne tengo, ma non ne pesco di più per rilasciarle. Questo è quello che mi dà il torrente. Poi cammino senza pescare, sento l'aria che rinfresca, ormai è settembre, la fine della stagione. Il sole abbandona la stretta gola del torrente, scendo piano piano, sento il profumo di fungo e d'autunno. Risalendo dal torrente piccoli segni di una civiltà che scompare: la legna stipata di fianco alle baite per far fronte all'inverno, l'ultimo fieno ammucchiato a seccare. C'è un mondo che sta scomparendo, con questo mondo, secondo me, scompare la pesca. Almeno quella che conosco io, quella che ho amato e che amo, fatta di alzatacce all'alba, di sgambate lungo i fiumi, di bicchieri di vino a sera e di pesci cucinati o affumicati perché il pescato è un piacere anche in tavola. No, non sono contro il rilascio delle catture, ci mancherebbe. Sono contro alle persone che non amano i pesci, che li prendono solo per il gusto di rilasciarli, che non hanno senso della misura. In certi no-kill si prendono e mollano trote o carpe o altro a decine di esemplari. Che nausea. Un pesce è uno, è un esemplare, ha una storia, una vita sua. Lo prendi, lo guardi, decidi che sì, sarà per la prossima volta e lo lasci andare. Oppure decidi che no, che stasera finisce arrostito. A cinquanta pesci al giorno non c'è amore, non c'è scelta, è una catena di montaggio. Come quella con la macchina dietro la schiena e i pesci buttati un'ora prima: non è pesca, è un videogame, è finzione, è una soap opera della natura. La pesca sta finendo, dicono in coro preoccupati i dirigenti delle associazioni, Fipsas in testa, e i produttori di canne e mulinelli. Sì, la pesca sta finendo, perché nessuno ama più pescare davvero. Perché nessuno dice che per essere bravi pescatori bisogna imparare ad amare la natura, seguirne i percorsi e le stagioni, alzarsi all'alba, infilarsi di notte in mezzo alle zanzare, camminare per ore alla ricerca di un torrente perduto, collezionare insuccessi per catturare la propria moby-dick. Pescare significa leggere l'acqua. E avere l'umiltà di imparare, di ascoltare quello che il fiume, con i suoi pesci, sa dire al cuore. Il resto, per me, sono tutte bugie.
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Di Michele Marziani (del 16/05/2007 @ 17:45:03, in Pesci&Acque, linkato 1029 volte)
Nel 2005 ho provato a creare una rivista chiamata Alieutica. Allora facevo ancora il giornalista e spiegavo così le motivazioni che mi spingevano a qualcosa che poi non è nata mai.

Sono diverse le persone che mi conoscono e mi chiedono perché stia cercando di mettere in piedi Alieutica che in fondo è una rivista di pesca, una rivista di settore. Beh, Alieutica vorrebbe essere anche altro. Lo dico e lo ripeto da tempo: la civiltà è nata sull'acqua, le città sono sorte lungo i fiumi, eppure l'Italia, al contrario di gran parte del resto d'Europa si dimentica dei suoi fiumi. Da noi scompaiono attività, lavori, personaggi, sistemi di pesca, prodotti alimentari, pesci, leggende, ambienti acquatici tutto in un batter d'occhio. Non abbiamo memoria della storia dell'acqua. Quindi Alieutica vuole essere, come altri miei progetti, anche un tributo a questa memoria. E poi è un tributo alla pesca, perché a me, Michele Marziani, giornalista, classe 1962, la pesca e i fiumi hanno salvato la vita. La vita interiore intendo, la voglia di fare, di pensare, di scoprire, di raccontare, di dare una mano dove serve. Se oggi, a quarantatre anni, mi faccio domande sul senso della vita piuttosto che sul prezzo della mia prossima auto, lo devo ai fiumi. L'ho già scritto altre volte: quando sono davanti all'acqua, avverto con forza che mi si muove qualcosa dentro - è come se una grande malinconia e un'energia senza fine lottassero alla bocca della stomaco - e sento che sono vivo, che tutti a questo mondo abbiamo un senso. Ho attraversato l'ultima parte del Novecento assieme alla mia generazione. Sono stato un ragazzo inquieto come oggi sono un inquieto signore alla soglia della maturità. Ho sfiorato tutti i drammi di chi masticava inquietudini in anni difficili: la lotta armata, la tossidicodipedenza, la disperazione della fine delle illusioni... Di fronte a scelte scellerate mi hanno salvato le parole (per questo scrivo...) e l'acqua. Ogni volta che mi sento braccato, solo, abbandonato, in preda alla sconforto, senza sbocco, con l'anima in frantumi, raggiungo le sponde di un torrente e comincio a respirare... Sull'Agogna, il fiume della mia adolescenza che scende dal Mottarone, mi sono allenato alla vita. E' capitato a tutti di sentirsi traditi dagli amici più cari, abbandonati dalle persone che si amano, incerti rispetto al futuro, provati dalla malattia, dalle sfortune proprie o di chi ci sta vicino... Beh, io nei momenti più duri, quando la disperazione urlava nello stomaco facendosi grancassa dell'anima, ho guardato un torrente scendere dalle Alpi, ho respirato la montagna, ho atteso il guizzo della trota, ho compreso nel mistero della natura che c'era posto e valore, per me e per tutti. Questa è una confessione, questa per me è Alieutica.
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Di Michele Marziani (del 20/05/2007 @ 00:04:24, in Viaggio lungo il Po, linkato 1065 volte)

Parte il 27 maggio, all'alba, da Ferrara, il nostro viaggio lungo il Po. La barca è una pilotina di 5,90 metri, con motore fuoribordo da 25 cavalli. L'equipaggio siamo io, Stefano Rossini e due biciclette. Domani, rifiniremo tutte le tappe. Comunque da Ferrara raggiungeremo il mare, costeggeremo l'Adriatico verso il ramo principale del Po e da qui risaliremo il fiume, con numerose tappe, fino a Cremona. Lo scopo è quello di scoprire cosa è rimasto della cultura fluviale padana, a tavola e non solo. Un viaggio etno-eno-gastronomico attraverso un fiume che appartiene un po' all'immaginario di tutti noi. Io ne trarrò un libro che uscirà per i tipi di Guido Tommasi Editore. Il mio compagno di avventura, il giovane giornalista e fotografo Stefano Rossini, userà il nostro viaggio per realizzare alcuni servizi per diversi giornali e riviste. Ma alla fine sarà, almeno per me, anche un viaggio nell'anima, attraverso il fiume più importante d'Italia, attraverso le parole di scrittori che in queste acque hanno intinto la penna: Riccardo Bacchelli, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Giovannino Guareschi, Gianni Brera, Luigi Veronelli, Mario Albertarelli... Così, citando a memoria i primi che mi vengono in mente.

Ve lo racconteremo, giorno per giorno, il nostro percorso, condivideremo con chi vorrà leggerci la vita da marinai d'acqua dolce e da golosi curiosi a caccia di sapori autentici e di umanità fluviale. Lo faremo quotidianamente attraverso il mio weblog, quello di Stefano Rossini, quello della rivista Alieutica e, infine, quello dell'associazione culturale Random di Pizzighettone che ci ha messo a disposizione la barca. Senza Random non saremmo mai riusciti a partire. Nelle foto in alto c'è la pilotina, anche lei si chiama Random, che dovrebbe portarci a destinazione (quello in maglietta bianca è l'armatore, l'artista Mauro Patrini), nell'altra ci siamo io e Stefano, durante la scuola di navigazione, perplessi ma in posa epica, consci dell'importanza dell'evento. Altre immagini si possono trovare sul blog di Stefano Rossini. Chi vorrà passarci a trovare, on line attraverso i commenti, o, meglio ancora, fisicamente lungo il fiume, sarà sempre il benvenuto.

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Di Michele Marziani (del 24/05/2007 @ 00:07:19, in Viaggio lungo il Po, linkato 954 volte)

Sembra un gioco da ragazzi... E infatti avrei dovuto imparare a 12 anni a navigare, mica adesso, nell'età di mezzo, ormai signore con la pancetta. E invece sono qui che faccio e disfo la gassa d'amante e il nodo parlato e riepilogo mentalmente cosa so e cosa no. Poi arriva mio figlio Ludovico e mi dice: sai fare il nodo Savoia? E' importantissimo, non puoi non saperlo, prende la corda, pardon la cima, e con le sue manine di otto anni me lo spiattella davanti... Bella forza, penso, lui ha fatto il corso di vela mentre io fino a una settimana fa non avevo mai visto neppure un timone se non nelle avventure illustrate del Corsaro Nero. Adesso so persino attraccarre, spiaggiare, legare una cima... So usare un mezzomarinaio o meglio so cos'è.

Davanti alla carta nautica il Po sembra infinito. Con Stefano Rossini mettiamo in fila come soldatini luoghi da vedere, persone da conoscere, prodotti da assaggiare, trattorie dove mettere le gambe sotto la la tavola... A proposito, di posti da coltello e forchetta leggete un po' quest'anteprima frutto dei sopralluoghi in auto lungo le rive del Po: la sempreverde Trattoria Cattivelli ad Isola Serafini (Pc). Ne ho scritto qui su Chiamami Città.

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