Quattro bracciate di mare
Sono quattro bracciate d'Adriatico a fondo melmoso la distanza tra le generazioni. Quella lingua di mare che mio padre sapeva solcare col costume color vinaccia. Quella scudisciata di verde azzurro che mio figlio attraversa danzando con pinne di plastica che ne fanno uno squalo in miniatura. Ho stupore del ricordo e del presente. Non ho imparato ad infrangere questa distanza liquida, sono rimasto immobile, galleggiante, disteso sull'onda salmastra, capace quel poco che basta per non dover arrossire dicendo “non so nuotare”. So, conosco, il sistema di non andare a fondo. Non è servito a nessuno saperlo attraversare o no questo mare che si valica in piedi anche se si è bambini, dove Nettuno è benevolo e raramente s'affonda, s'annega, si sparisce nei flutti. Così penso mentre guardo l'orizzonte che si perde di fronte al bagno 94, lo stesso, inossidabile ai cataclismi dell'animo, ai terremoti silenziosi, alle separazioni. S'inarca nel suo saper sguazzare Ludovico. Rimpiango il giorno che ho smesso di accendere sigarette. Mi chiedo se valga l'età. Recupero la foto di quando io non ho saputo imparare. La guardo, senza capire davvero qual è l'attimo, lo scatto, il fotogramma, che ci cresce diversi uno dall'altro.
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