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Chiunque a vivere come me si sciuperebbe
Di Michele Marziani (del 26/04/2012 @ 06:36:30, in Scritture, linkato 467 volte)

Sei svenuto Franco, risponde Jelena sorridendo e io quel sorriso non lo sopporto. Davanti a uno che sta male dovrebbero essere vietate quelle espressioni compassionevoli che solo le donne sanno avere. Mi fanno andare in bestia, ma non ho la forza per arrabbiarmi. Sento Marina che risponde dall'altra sedia: sei svenuto durante il pranzo di Natale, papà. Ti ho portato in ospedale col furgone e ho riaccompagnato a casa Ernesto e Lucia... Già, il pranzo di Natale, quella sorta di pranzo di Babele, quel mescolare zenzero e lasagne... Ricordo, piano piano, il chiasso, la gente, lo schifo di tutti quegli odori di cibi orientali. Vorrei svenire di nuovo. Ma non qui. Non voglio stare in ospedale. Marina, aiutami, dico radunando tutta la voce possibile, aiutami a vestirmi, voglio andare a casa.
Ma Franco... Sento Jelena, le chiedo di farsi preparare le carte: voglio andare a casa. Ma papà stai male. Ma Franco stai male. Due donne insieme sono una vera disgrazia. Cambio idea, mando Marina dai medici, ho paura che Jelena parli male l'italiano, non si faccia capire. Marina cerca di opporsi, allora mi siedo sul letto, metto le gambe a ciondoloni, inarco la schiena e le guardo con tutta la forza che posso avere: io qui non voglio stare, portatemi a casa. Ma i medici non hanno capito che cos'hai.
Meglio, così non pretendono di curarmi.
Papà!
Figlia, ti ho forse impedito di andare a vivere con quel morto di fame che costruisce violini?
Marco, si chiama Marco.
Ecco, non ti ho aiutato allora?
Sì, perché era quello che volevo.
Andare a casa è quello che voglio io.
Ma stai male.
Anche tu non stai benissimo con quello spiantato.
Ma cosa c'entra?
Signor Botteghi, stia tranquillo... Sento una voce che non conosco, mi giro verso la porta, è il medico di turno che arriva assieme a Jelena. Mi prepari le carte per uscire...
Sarebbe meglio per lei restare qui, ha perso conoscenza, vorremmo tenerla sotto controllo, farle degli esami...
Lasci stare, sto benissimo.
Non mi pare.
Non mi rompa i coglioni, tanto più che se lei è di turno a Natale vuol dire che in questo ospedale non conta davvero un cazzo.
Papà! Franco! Alzano la voce le due donne, una più severa dell'altra, bell'accoppiata, mi mancava l'alleanza delle valchirie.
Il medico prima rimane interdetto, poi si aggiusta gli occhiali, mi guarda sprezzante: vada pure, a suo rischio e pericolo.
Non corro maggiori pericoli che a stare qui.
Ma papà, il medico è solo preoccupato per te, forse fare qualche analisi ti gioverebbe.
È vero Franco sei così sciupato ultimamente.
Chiunque a vivere come me si sciuperebbe. E poi verrebbero fuori i soliti parametri sbagliati, il colesterolo, le transaminasi e altre cazzate, mi direbbero di non bere, di non mangiare, di non fare questo e quello. Lo so da solo come sto.
Magari potrebbero curarti...
Sì, la pillola per la pressione alta e altre cose che devi andare ogni mese a farti prescrivere dal medico, quindi dovrei avere un medico e fare la fila. O magari dei farmaci che il servizio sanitario non passa così per curarmi dovrei pure trovare dei soldi. E poi? A cosa servirebbe? A campare un anno in più? Un giorno? Un secolo? Non ho bisogno di niente io Marina, soprattutto non ho bisogno di cure.

Tratto da Barafonda, il mio ultimo romanzo.

English abstract: this is a passage of my last novel Barafonda (Barafonda is the name of a quartier in a small town near Adriatic coast). This book is in Italian only. Foreign translation rights are available here.

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