Adesso gli aerei passano quasi tutti i giorni, e la ferrovia e la stazione le colpiscono almeno una volta la settimana. L'unico costretto ad andare in stazione è Zio che dirige i treni con l'elmetto e ogni sera ci racconta che di casa nostra c'è sempre un pezzo in meno. Della ferrovia poi non ne parliamo. Un giorno mi dice che hanno sospeso i treni per Ferrara. Non sappiamo se per dopo l'estate riusciremo a farli ripartire. Ormai viaggiano solo fascisti e tedeschi. Ci sono persino i carri con le mitragliatrici contraeree, ma la gente, quella non riusciamo più a portarla in giro. Non è colpa tua, gli dico. Mi sembra così affranto dall'andare a pezzi della ferrovia, della sua ferrovia.
Sì, un po' lo è colpa mia, dice. Dovevamo capire prima.
Capire cosa?
Chi era Mussolini e dove ci avrebbe condotto. Chi era certa gente. Remo ha arrestato dei ragazzi che non volevano partire per la leva. Li hanno impiccati in stazione. Processati all'istante. La sentenza emessa da Remo e da quel caporale tedesco che parla italiano, Kraus. Hanno discusso davanti all'ufficio se fucilarli o impiccarli. Ragazzi, poco più grandi di voi... E piange Zio mentre ci guarda: io, Nicola, Bechi che per fortuna è una ragazza e non dovrà partire soldato. Remo ha detto: impicchiamoli. Che restino d'esempio davanti alla stazione. Adesso ci sono quattro ragazzi appesi alla finestra della cucina. Non quella che dà sulla mitraglia. L'altra, quella affacciata alla strada. E un cartello con su scritto: banditi. Che schifo. Siamo noi che non abbiamo capito. Remo bisognava denunciarlo quando ha iniziato a fare la borsa nera al casello. Invece noi a comprare da lui.
Su Pompeo, gli dice il Turco, ci fumi sopra. E tira fuori da una tasca un portasigarette che direi d'argento. Sigarette vere. Sì, francesi, di prima della guerra. Ne ho una, dividiamo a metà.
Anche lei Turco, con le sue sigarette, il suo caviale! È anche colpa sua! Zio si mette a gridare e con una spinta allontana il Turco.
Lo so, è dura per tutti, gli dice lui sorridendo e accendendo la sua metà. Zio impreca, urla. Mamma dice, uscite ragazzi, andate fuori.
Stiamo per uscire. Io vorrei sentire. E invece sentiamo degli spari. Stanno sparando. Dove? Al ponte forse? Di là del Po. No, in paese. No, alla stazione. Che si fa? Usciamo davanti alla casa e non riusciamo a capire da dove vengono i colpi, ma sono raffiche e forse bombe. Non sono gli aerei. Meglio stare svegli stanotte. A turno, dice il Turco. Ed è il mio turno quando sento chiamare: Turco! Turco! Faccio per andarlo a svegliare, ma lui è già davanti alla porta con una roncola in mano.
Chi è là?
Amici.
Amici chi?
Sevruga.
E Beluga... Chi siete?
Girolamo Grandi, aprite per l'amor di Dio.
Chi?
Il garzone, aprite.
Il Turco apre e la faccia del garzone è quella sudata di sempre, anche perché è estate e lui indossa una giacca di panno. Sul bavero il solito distintivo. No, perdinci, un altro distintivo: una falce e un martello, appoggiati su un libro. Al collo un fazzoletto rosso. In mano, in mano... Ha un fucile mitragliatore. Entrate compagni dice scansando il Turco.
Che state facendo? Chiede il Turco. Per tutta risposta si trova davanti quattro uomini armati. Chi siete? Domanda.
Andrea! Enrico! Esclamo io incredulo.
Conosci questa gente?
Tutti si sono alzati dai pagliericci.
Sì, rispondo, sono Andrea Cavicchi e suo fratello...
Zitto, mi dice il garzone. Niente nomi. Adesso io sono il comandante Sevruga delle Brigate Garibaldi...
Ride il Turco, di cuore, incurante delle armi e delle circostanze. Non riuscite proprio a togliervi il caviale dalla testa! dice.
Zio bestemmia. Chi siete? Cos'è questa pagliacciata?
Siamo combattenti per la libertà, risponde Enrico.
E venite qui a combattere? Domanda il Turco.
Abbiamo un problema. Abbiamo fatto un'azione di sabotaggio alla ferrovia.
Anche voi! Protesta Zio.
Sì, ma siamo stati intercettati prima dai fascisti. C'è stata una sparatoria un nostro compagno è morto...
Un nostro compagno di scuola? Chiedo io ad Andrea.
No, no, un compagno di lotta, risponde lui.
Adesso ci cercano, dovremmo attraversare il fiume, solo lei Turco può aiutarci.
Ah, siamo passati al lei...
Ero costretto, sa il lavoro... Ma adesso faremo una nuova Italia... Poi sottovoce avvicinandosi al Turco: e quando tutto sarà finito diventerò l'unico importatore di caviale del Volga... Pensi, ho l'informazione quasi sicura che anche Stalin apprezzi il beluga imperiale... Poi, rialzando la voce: abbiamo un altro problema.
Quale?
La macchina.
Che macchina?
La mia Lancia Ardea, l'abbiamo abbandonata sull'argine.
Bravi coglioni, sbotta il Turco. Volete farci fucilare tutti? Andiamo alla macchina e buttiamola al fiume per cominciare, per il resto vedremo. Lei Pompeo tenga a bada la casa, usi questa se occorre.
E Zio rimane muto con la roncola in mano. Io li seguo. Vattene, dice il Turco. Non lo ascolto. Andrea, ma che hai fatto?
Adesso mi chiamo Nessuno.
Come?
Nessuno, come Ulisse. Ho scelto, Nello.
Cosa hai scelto?
Da che parte stare. Anche tu dovrai scegliere da che parte stare...
Tratto dal mio romanzo La signora del caviale. La nuova edizione è da poco in libreria.
English abstract: this is a passage of my novel La signora del caviale (The lady of the caviar). In Italian only. The foreign rights are available here.
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