Merci Beaucoup! Michel Butor si alza in piedi, ringrazia e riceve uno scroscio di applausi nella sala della provincia di Pordenone gremita di appassionati arrivati in occasione di Pordenonelegge. Niente fronzoli, niente chiusure, risponde alle domande e poi... grazie a tutti. C'è da fare, da andare avanti, da partire a gennaio per l'India che assieme alla Cina rappresenta i grandi cambiamenti in corso. Quali cambiamenti? Lavoriamo in un tempo molto oscuro. Oscuro per tutti. Noi speriamo di portare un po' di luce. I miei testi sono delle domande. Aspetto delle risposte e nel tempo vedo che le risposte arrivano. Giungono a Lucinges, le risposte, in Alta Savoia, dove Butor vive e lavora, a lato, ai margini, in silenzio. La grandezza non ha bisogno di riflettori. Se chiedete a quest'uomo se conosce l'Africa vi risponde no, che lui è stato solo nei paesi del Maghreb, ha insegnato in Egitto, è stato in Zimbawe, in Burkina Faso, in Etiopia... Troppo poco, mai abbastanza. Della Cina pure non sa quasi niente, c'è stato solo tre volte... Non si fa mai avanti, non ostenta nulla, non rivendica un posto al sole, risponde alle domande e sorride, saluta, si siede, firma le dediche alle decine di persone arrivate con libri vecchi, introvabili, tirati fuori dagli scaffali della memoria. Lui chiede come ti chiami, prima il nome, poi il cognome. Oggi, 24 settembre, Michel Butor è a Belluno, domani, 25 settembre, a Trento, all'Università. Poi torna in Francia.
Noi ci siamo salutati ieri. Lui e la moglie Marie-Jo hanno proseguito col fotografo Daniele Ferroni (quello che usa solo la pellicola e lascia questo blog privo di foto) e a due curatori del viaggio con Butor: Flaminio Balestra e Massimo Balestra. L'altro curatore, Isabella Bordoni, ha lasciato la carovana già da qualche giorno: è impegnata, come artista, a Parugia, nel progetto Diverse Nature.
Dopo aver salutato Michel Butor sono tornato da Pordenone a Rimini con il treno, con i regionali, cambiando a Mestre e a Bologna. Più di cinque ore di viaggio, in vagoni caldi e pieni di mondi che si incrociano sui treni, che si spostano insieme e difficilmente si incontrano. È il brusio del mondo, quello di cui parla Butor. Rimarrà parecchio di questo viaggio in chi l'ha fatto, resteranno i particolari, anche quelli piccoli, infinitesimali, resterà la potenza della convivialità a tavola, delle curiosità mai sopita, della grandezza delle scoperte, delle parole, che valgono se dette nella lingua in cui sono state "cucinate", non nelle traduzioni:Travailler dans les frontières du livre, expérimenter les métissages pour creuser une utopie; car c’est par l’utopie que le discours produit sa vérité.
Cinque ore di pensieri, letture (La valigia di mio padre di Orhan Pamuk; La masseria delle allodole di Antonia Arslan), la consapevolezza che un incontro così, come quello con Michel Butor, una frequentazione di tanti giorni, è capace di modificare molto. Già, La modificazione, il libro simbolo di Butor. Arrivederci allora, au revoir à bientôt.
Post scriptum e errata corrige (tanto per abusare del latino): La geografia della stanchezza a volte fa brutti scherzi che, nel caso specifico, diventano simpatico paradosso. Per una serie di curiosi qui pro quo chi ha intervistato sabato Butor non era un giornalista del Manifesto, ma Francesco Borgonuovo di Libero. Così chi ieri, domenica, ha comprato Libero ha letto di Butor in un articolo che parte da Baudelarie. Chi, tratto in inganno da questo blog, ha acquistato il Manifesto spero si sia consolato con l'intervento di Nichi Vendola sui lavavetri: finalmente una boccata d'intelligenza su un problema grottesco.
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