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Da domani in bicicletta, sull’argine
Di Michele Marziani (del 01/06/2007 @ 00:20:57, in Viaggio lungo il Po, linkato 748 volte)

Correggio Micheli, Mantova. C’è un posto migliore di uno che si chiama come te – come noi: Micheli – per lasciare una barca? No, un nome, un destino. La pilotina Random si ferma a Correggio Micheli, dove il 23 aprile del 1945 gli americani riuscirono ad attraversare il Po sui gommoni d’assalto lasciando un buon numero di caduti sotto l’artiglieria tedesca. Due giorni prima della fine della guerra e di Milano liberata dai partigiani. È sempre strano vedere da dove passa la storia. Random, la barca, è legata con due cime e altrettanti nodi che oggi sappiamo fare bene nella darsena del porto turistico fluviale Lauro Zampolli, l’unico luogo che abbiamo incontrato, finora, dove ci sono servizi (attracco comodo e sicuro benzina, camere spartane ma accessibili, un piccolo bar...) e persone che amano il fiume e ne hanno saputo fare un lavoro. Il Po mostra i muscoli, la potenza, l’impeto. La pioggia scroscia, il vento taglia. Sta arrivando l’acqua dalle burrasche del nord. Impossibile muoversi, almeno fino a martedì. Consultazione veloce con Stefano Rossini e responso sofferto: via dalla barca. Ma il viaggio continua: troppo fiume ancora da vedere, persone da incontrare, luoghi da comprendere... Come? In bicicletta, tempo permettendo. Domattina partenza all’alba, direzione Boretto, pista ciclabile lungo l’argine destro. Verso l’Emilia. Se la pioggia lo consente. Sennò biciclette in stazione e avanti con il vecchio treno delle linee secondarie. Insomma, a Cremona ci arriviamo. Peccato per la barca, per il fiume, per quello che insegna navigare.

Una tra le cose che si imparano vedendo il mondo dall’acqua è che c’è sempre un punto di vista diverso, una via di fuga dell’occhio, un modo altro di pensare. Adesso mangiamo, spesso e bene, seguendo i percorsi di sapori che sono tipici. Tipici di cosa? Si fa ancora il pesce di fiume: quelli che lo scelgono al meglio, che non lo importano congelato dall’Egitto, comprano anguille a Comacchio, lucci in Ungheria, storioni negli allevamenti del Bresciano, persici nel lago di Garda e pesci gatti sul lago Trasimeno. Cosa è rimasto del fiume dove i pesci gatto erano prelibatezze da prender la sera andando a casa dopo il lavoro? Due canne o un semplice retino per arrivare con due pesci per cena. Però ci sono luoghi dove la cucina cerca di rimanere vicina al territorio, all’idea dei sapori locali. È il caso del ristorante L’impronta di San Benedetto Po dove con il Rosso del Vicariato, bel Lambrusco della cantina di Quistello, innaffiamo il sorbir d’aglio, il brodo con gli anoli di carne che prelude a pantagrueliche mangiate. Prepara lo stomaco alla rinascimentale anguilla fritta con la cipolla rossa e le zucchine all’aceto, al salame mantovano con la polenta e il profumato lardo pistà, ai superlativi tortelli con la zucca (qui davvero eccelsi), alle tagliatelle col sugo di costine insaporito al ginepro. Poi parmigiano reggiano (qui siamo nell’Oltrepò mantovano, si fa questo non il grana padano come nel resto della provincia), mostarda di pere kaiser caramellate, composta di pomodori verdi, torta sbrisolona... Ce n’è di che perdersi e infatti ci perdiamo in chiacchiere con Matteo Alfonsi, il cuoco, e dopo, in piazza, con i vecchietti del paese: a sentir loro il Po era, era, era... Un pezzo di gioventù, pensiamo noi.

San Benedetto Po è luogo di bonifica millenaria portata avanti dai frati della città monastero di Polirone. Una storia a cavallo con quella dell’ordine benedettino. Ora et labora, dove il lavoro più importante era quello dei copisti, degli amanuensi, l’unica mansione che dava diritto ad accedere ogni volta che si desiderava alla camera del fuoco, solo luogo riscaldato, in inverno, di questo complesso che affascina, stupisce, rapisce, conduce lontano nel tempo, fa vagare i pensieri tra sacro e profano, aiutati dalla competenza estrema della nostra guida: Giovanna Gazzotti, stagista all’ufficio turistico, bravissima (nella foto sotto, sempre scattata dall’indomito Stefano Rossini). Ci inchioda tra chiese e refettori, capitelli, capitolo, navate, chiostri, arcate, giardini di spezie per speziali, angoli di piante dimenticate. C’è pure il posto per il tulipano del Po, fiore raro, rarissimo, fugace apparizione di pochi giorni l’anno. Quasi come il salame cotto sotto la cenere, specialità praticamente dimenticata, tenuta in vita dalla passione di Davide Nigrelli, che di mestiere non si occupa di salami ma è il presidente del comitato che gestisce il millenario dell’abbazia, fondata nel 1007 in una pianura padana che era bosco di farnie e faggi (tanti boschi che il santo venerato, San Simone è raffigurato sempre con una cerva) immersa tra tre fiumi: due, i più importanti, il Po e il Lirone, sono stati l’oggetto della bonifica monastica e del nome del monastero, Polirone, appunto. Da perdersi in un bagno di passato. Anche più recente: a fianco del monastero c’è la ciminiera, intatta, dell’antico bottonificio. Fa il paio con le foto anni Cinquanta del caseificio che abbiamo visto ieri. Oggetti e cibi avevano valori oggi scomparsi. Nemmeno più si sa dove si fanno oggi i bottoni. Un tempo a San Benedetto Po, con tanto di fabbrica e ciminiera.

Qui si può leggere l’altro blog che racconta questo viaggio: il blog di Stefano Rossini.

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