Scarseggiano carta e solitudine in questo luogo dove non si è altro che soli. Da aprile, da giorni, da tempo cerco di sapere o solo di pensare o anche di scrivere, ma è martello in testa quest’andare venire da un luogo che si chiama isolamento dove non sei mai solo perché passa la conta, il vitto, il magistrato e sai che dietro al muro c’è vita. Ma dietro al muro non c’è speranza. Mi è sempre piaciuto giocare coi proverbi. E pure con le mancanze. Quella di carta e di penna la conosco l’ho letta nel libro di Panagulis ma io non so scrivere col sangue, non sono un eroe, forse un errore, ecco chi sono l’errore di chi mi ha messo qui quando a quest’ora, se davvero è giorno, avrei esami da tenere, lezioni da preparare e la barba l’avrei dovuta fare da tempo. Figlio di operai, mi ha guardato incredulo sottecchi, il magistrato. Non abbiamo dato abbastanza agli operai? Anche troppo direi se i figli li hanno fatti studiare e sono diventati come lei. Sputo per terra perché la saliva, solo quella, ancora mi rimane. Non sputi davanti al dottore, dice il piantone per farsi bello. Mi meraviglio, cosa insegnate all’università? Scherniscono di là del tavolo. Ecco, è un mondo di tavoli e poc’altro. Chi di qua, chi di là, per censo, per disgrazia, o per scelta.
È un pezzo scritto per il teatro. Si svolge subito dopo il 7 aprile del 1979, in un carcere. Il protagonista è stato arrestato in base al teorema Calogero. L'ho ritrovato in un cassetto. Io quel giorno ero ragazzo ed ero a Bologna. Ho sentito freddo. Lo stesso freddo dei grandi misteri d'Italia: da Piazza Fontana all'uccisione di Moro.
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