Castelmassa, Rovigo. Il vento spinge l’acqua del temporale sulla sala galleggiante del ristorante Litus. Dietro si chiedono, bisibigliando, se riusciremo a partire. È una domanda affettuosa: è facile farsi adottare in questi angoli di mondo dove di mondo ne passa davvero poco. Poi il cielo si apre, carichiamo: bagagli, biciclette, benzina, quella che non dovremmo trovare lungo il percorso. Oggi solo prove tecniche di navigazione. “Seguite i segnali”, ci raccomandano, come se fosse facile per noi che fino a un mese fa neppure li conoscevamo questo rombi bianchi e rossi che ci dicono dove andare, cosa evitare, come fare. Zigzaghiamo tra le boe, lentamente, in silenzio. Il fiume è maestoso, immenso, eppure si percepisce ad occhio che è poco, pochissimo rispetto al Po a cui si dà appellativo di Grande. Le lingue di sabbia, le isole troppo emerse ci dicono che siamo testimoni in diretta di un autentico disastro ambientale: dell’impoverirsi della più importante via d’acqua italiana, praticamente l’unica.
All’attracco di Ficarolo, sempre sponda di Rovigo, però si balla, c’è musica, jazz, soft jazz, roba per chi lungo il fiume sta cercando fresco, vita, voglia di non pensare, né ai disastri ambientali, né ad altro. Approdiamo, scriviamo due righe, poi andremo a cena, nella balera galleggiante, con le note del jazz. In mano una poesia, l’ha scritta Guado, uno dei ragazzi che lavora in fabbrica e d’estate vive in capanne sull’isola di fronte a Castelmassa. È naif, forse, come tutto quello che accade qui intorno (non è forse cresciuto sul Po Ligabue, il pittore?), ma è forte, è potente, è un atto d’amore per il fiume. È un foglio di carta con parole che sono gioco di ragazzi. Voglia di futuro. Scendono le nuvole, si sente la fame. Domani si parte verso il Delta, nel pomeriggio, se il fiume ci accompagna, saremo a Mesola, a parlare di vini delle sabbie, di Fortana, vitigno antico che cresce a ridosso delle dune.
Nelle foto, ovviamente di Stefano Rossini (leggi qui il suo blog), la pilotina Random col carico di biciclette ed io che sto scrivendo, sul tavolino di poppa, all’attracco di Ficarolo.