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Stasera dopo l'incontro alla Collina del piaceri di Torriana (sempre che il tempo sia clemente e ci conceda di farlo) tiro giù la saracinesca della mia bottega di parole e parto. Con mio figlio Ludovico andiamo a fare un piccolo viaggio da uomini, nei boschi, in montagna, alla ricerca di funghi, a pesca di trote, a far chiacchiere davanti al camino, a scavare nella memoria di mia cugina Ilia per ritrovare le ricette della nonna Maria, a seguire le orme del comandante partigiana Marco Federici sul quale ho deciso di scrivere un libro... Un po' come il viaggio di Pirsig. Solo che noi siamo con un'auto piena di libri, canne da pesca e scarponi e l'Italia non è un grande paese. È solo un po' lungo. Quindi prendiamo l'autostrada fino a Gravellona Toce, poi proseguiamo in direzione del Sempione. A Villadossola lasciamo la strada principale e cominciamo a risalire la Valle Antrona, fino a Pra Bernardo, comune di Antronaschieranco.
Riapro la bottega a Ferrara, l'8 agosto a CicloPoEtica. Buone vacanze.
Il passaggio al bosco è una nuova risposta della libertà, scriveva Ernst Junger nel suo Trattato del ribelle, uscito nel 1951. L'attualità è inquietante, quasi profetica.
Decima edizione, il 28, 29 e 30 luglio, per la Collina dei Piaceri di Torriana, il più goloso e interessante degli eventi enogastronomici dell'estate riminese. Qui il programma Nello spazio libri all'interno del giardino del ristorante Povero Diavolo troviamo un solo tema per tre scrittori: perché scriviamo intorno al cibo. Una sorta di confessione riguardo al proprio lavoro guidata dal critico Paolo Vachino. La sera di mercoledì 28, alle 21,00, sarà Graziano Pozzetto a raccontare il proprio appassionato lavoro che si concretizza con quasi un volume all'anno, per i tipi dell'editore riminese Massimo Panozzo, dedicato alla salvaguardia dei buoni sapori della Romagna.
Seguirà, giovedì 29, Piero Meldini, penna storica, attenta e puntuale, intinta spesso nel cibo e altrettanto nella narrativa, a volte in mescolanza di saperi e di sapori.
La sera del 30 luglio, ci sarò io a cuocere nella graticola alimentata dalle domande di Paolo Vachino. Racconterò del mio prossimo viaggio gastronomico sulle orme dello scrittore Fabio Tombari dal Montefeltro alle terre di Frusaglia.
Pensavo finalmente concluso il mio rapporto con H3G. Disdetto il contratto, pagati 100 euro di penale per averlo disdetto e restituita la chiavetta nel solito negozio 3 di piazza Ferrari a Rimini, quello dove questa storia è iniziata. Invece no, mi trovo addebitati sulla carta di credito 200 euro per non aver restituito la chiavetta. Ho pensato: un errore. Ho mandato un fax ad H3G, ho spedito pure la ricevuta della restituzione dell'oggetto. Immaginavo: mi rimanderanno i soldi, mi chiederanno scusa... Col cavolo, silenzio assoluto e addebito confermato. Ora la procedura sarebbe, come mi hanno spiegato tutti, di ricorrere al Corecom, ovvero perdere tempo a compilare un formulario, spedirlo via fax, aspettare che fissino un udienza e andare fino a Bologna. Insomma, uno che ha palesemente ragione, senza dubbio ragione, che è incappato (forse?) in un disguido, deve fare una trafila da burocrazia sovietica. Niente detesto più della burocrazia, quindi resterò nella mia condizione: derubato da H3G. Nella mia economia 200 euro sono un sacco di soldi, ma il non avere a che fare con apparati e sistemi ha un valore molto più alto. Se il libero mercato non fosse una favola, una compagnia telefonica che si comporta così sarebbe destinata alla catastrofe e con i suoi manager, giustamente disoccupati, ci si potrebbe incontrare in qualche strada di periferia, magari imbastire una cena con gli avanzi raccolti in un bidone della spazzatura. E insieme ridere dei mezzucci con cui, quando erano manager, turlupinava i fessi che capitavano ignari tra i loro clienti. Invece viviamo in un mondo dove il mercato non è un luogo, ma una foglia di fico dietro alla quale nascondere poteri e soprusi, anche quelli minuscoli, ma non per questo meno fastidiosi.
Oggi navigo, bene, con Wind e telefono con Vodafone ed entrambe mi sembrano compagnie assai più serie.
Faccio due chiacchiere con un vecchio amico che stimo moltissimo, uno che ha impiegato la vita per un mondo migliore. L'ha fatto per scelta e per scelta l'ha fatto dentro a un partito: il Pci/Pds/Ds/Pd. Oggi ha l'età della pensione e infatti è pensionato. Racconta mi guarda e si lamenta:
- ho speso la vita per il partito e sono l'unico a cui non ha dato niente...
- E cosa doveva darti? Domando io che lavoro tutto il giorno per restare ingenuo.
- Un posto, la presidenza di qualche municipalizzata, un roba così... Se penso alle scelte che ho fatto per il partito...
Lo guardo e gli dico: conosco le tue scelte, forti, spesso le ho condivise, ma pensavo le avessi fatte perché ci credevi.
- Certo che ci credevo, ma a tutti gli altri il partito ha dato qualcosa.
Mastica amaro lui, mastico triste io. Poi inciampo per caso in un piccolo elenco di soldi pubblici, spesi qui nella città dove vivo, a Rimini: una lista di persone messe dai partiti o dagli amici a capo di cose inutili a costi alti. Sfoglio il catalogo: quanto spreco, a dare poltrone e cariche dove nessuno sa cosa ci facciano. Per la valutazione che so dare in un solo caso, secondo me, in quella lista c'è l'uomo giusto al posto giusto, ma costa davvero tanto.
E il mio amico dal suo punto di vista ha ragione: hanno dato a cani e porci e a lui no che era perbene. Ma così perbene è rimasto, per fortuna.
Voglio essere chiaro: a me il Pd fa schifo, non uso il termine a caso, quasi quanto gli altri partiti. E il quasi è detto per affetto, non per convinzione. Da che esiste non l'ho mai votato, anzi, negli ultimi anni non ho ho proprio mai votato, ne mi sono preoccupato di partecipare a primarie et similia. Ho stima umana prima ancora che politica, alta, per Nichi Vendola. Se si candida davvero alla primarie del Pd o comunque alla guida del centrosinistra, metto la maschera antigas e non solo lo voto, ma, per quel che so, posso anche provare a dargli una mano. Certo non basta un uomo per cambiare un paese indecente come l'Italia, però può essere un buon inizio.
Torno a parlare di piada, a distanza di 12 anni dal giocoso La piadina romagnola, minuscolo best-seller scritto per caso, piacevolmente illustrato da Enzo Maneglia. Lo faccio raccontando la storia moderna del "pane nazionale dei romagnoli", la vocazione cosmopolita, la meccanizzazione, le piadine precotte vendute in tutto il mondo e le realtà, pochissime, tra tutte Frescopiada di Riccione, che riescono a mantenere forte il legame, con la manualità, la tradizione, la bontà e i prodotti del territorio. Ne stiamo facendo nascere un libro fotografico assieme al bravissimo Davide Dutto. Uscirà ai primi di ottobre per la casa editrice Cibele. Qui e qui, qualche particolare in più.
Della vallata del fiume Marecchia e del suo rapporto con Rimini, la città, la nuova provincia, scrivo qui, su Chiamami Città. Ne avevo già parlato anche qui, qui, qui e pure qui, in una sorta di intima confessione territoriale.
C'è un segreto dietro a tanta passione? Forse sì ed è giusto svelarlo: l'aria del Montefeltro che ho respirato a pieni polmoni sin dalla prima infanzia.

Nella foto sono con mamma Rosetta e papà Guido. I primi due anni della mia vita li ho passati a San Leo.
Lunedì 19 luglio presentazione del mio romanzo La signora del caviale alle ore 21,30, al tendone dei libri sul porto di Rimini, all'interno della rassegna MobyCult.
Presentare un libro a Rimini, che tra le mie città è quella che abito di più (e forse vivo di meno, mea culpa), è per me sempre una grande emozione. Mi incute quasi timore. Specie d'estate, di fronte a un pubblico balneare. È una sensazione infantile, difficile da raccontare, ma andrò come a un esame, anzi no, come a un primo appuntamento, no ancora: come ad un appuntamento al buio. Per fortuna non sarò solo, a chiacchierare con me l'amica scrittrice Simona Bisacchi Lenic accompagnata dalle bellissime letture di Paolo Vachino. Segnatevelo e se vi capita, se siete in zona, venite.
Giulia, mia figlia, ha appena avuto gli esiti della maturità classica: diplomata con 84/100. Se penso a questi anni, alla scelta del liceo, a chi neppure troppo velatamente le consigliava un percorso di studi "più semplice" per un non vedente, a quella voglia di arrivare in fondo che ogni tanto faceva a pugni con le difficoltà, a quel desiderio di essere uguale, di valere quanto gli altri, in un mondo dove ci sono insegnanti che non volevano uscisse da scuola da sola neppure quando è diventata maggiorenne... Come se il destino di una persona, solo perché cieca, debba essere sempre in mano a qualcun altro. Mi fermo, perché Giulia non approverebbe un flusso di ricordi che la riguarda troppo e neppure queste righe che scrivo. Ma io non sto scrivendo di lei ma di me, della soddisfazione e dell'orgoglio di essere il papà di Giulia.
Ogni volta che qui parlo di caccia piovono insulti. Corro di nuovo il rischio perché credo che tutte le contraddizioni abbiano diritto di cittadinanza. Non sono un pacifista, ma un antimilitarista, non vado a caccia, non sparo e potrei farlo solo in circostanze molto particolari (come la Resistenza, per capirci), però della caccia amo i racconti e gli scrittori (su tutti l'indimenticato Mario Rigoni Stern), gli abiti da gentiluomo di campagna, la mitologia della brughiera, i pochissimi cacciatori dal grilletto ponderato e dalla gamba lunga: camminare tanto, sparare poco, quel che serve per una cena tra amici. E mi piace mangiare la selvaggina, sentire l'odore di selvatico, il fuoco scoppiettante, il bicchiere spumeggiante di vino di collina. Molte di queste cose le ritrovo a Casa di Bacco. Di tutto il resto, dei cacciatori sparatori e mitraglieri, si può e si deve fare a meno.
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